Sen. Paolo Giaretta
Siamo alla vigilia di rivolgimenti profondi nella politica italiana. La capacità di Berlusconi di dominare la propria coalizione si è fortemente affievolita. Ha sottovalutato la capacità di Fini di sfruttare le contraddizioni che ben conosce di un partito senza vita democratica. Si è reso prigioniero di una Lega che sta diventando consapevole che il federalismo non si farà (si farà la facciata del federalismo, non la sostanza) e che è forse meglio incassare subito la capacità di apparire insieme partito di opposizione incassando i vantaggi del governo. Si è esplicitamente aperta al gara alla successione di Berlusconi, avviato ad un difficile tramonto. Ci saranno ulteriori patatrac giudiziari: è incredibile mantenere al vertice di un grande partito un Verdini che appare sempre di più un affarista senza scrupoli che ha abusato del potere che aveva.
Si perde il baricentro che ha guidato la politica italiana della destra per una lunga stagione, spesso al governo. Insieme il paese deve affrontare una crisi economica e sociale drammatica, a lungo nascosta e non affrontata: ma purtroppo i mesi che ci attendono saranno dal punto di vista dell’occupazione e del reddito delle fasce più deboli molto pesanti. L’Europa pretenderà altre difficili manovre finanziarie e il menu che ci proporrà Tremonti sarà quello solito: tagli senza riforme.
Quando viene a mancare un baricentro politico e la coesione sociale è precaria tutto può accadere: un popolo smarrito si guarda intorno alla ricerca di soluzioni che non vede.
Per questo il PD ha di fronte a sé una grande responsabilità: essere pronto in modo credibile ad affrontare il disgregarsi del blocco di potere berlusconiano.
Per il PD ci sono luci e ci sono ombre.
E’ una luce confortantenella nostra provincia ad esempio il successo della stagione estiva delle feste democratiche, per numero e qualità testimonianza di un partito vivace e vitale. E’ luce positiva il fatto che sia emerso un nuovo gruppo dirigente che si è affermato nei circoli e negli altri organi del partito, assicurando una continuità generazionale che sarà preziosa risorsa per il futuro.
E’ un fatto positivo che l’assemblea programmatica di Varese abbia visto un PD capace di mettere in campo buone idee per il paese. In materia di fisco e di immigrazione, ad esempio, vi sono proposte innovative che se ben spiegate e fatte conoscere ci consentiranno di parlare in modo convincente al paese.
Ci sono anche le ombre, e non dobbiamo nasconderle. Da un po’ di tempo mi sono assunto questo ruolo: promuovendo la lista di area democratica al congresso nazionale, quando pressoché tutto il gruppo dirigente era schierato con Bersani, firmando il documento dei 75 che tante critiche ha sollevato. Sarebbe ben più comodo per me assumere il ruolo classico del “notabile”: che sta dalla parte maggioritaria dispensando saggi e per lo più innocui consigli. Penso però che non sarebbe giusto. I dirigenti più anziani hanno un dovere di più per dire senza riguardi ciò che a loro appare giusto. Non si possono combattere solo le battaglie che si è sicuri di vincere, ma tutte quelle che appaiono giuste.
Se parlo più delle ombre che delle luci è perché ho dedicato tutta la mia vita politica all’incontro tra i grandi riformismi del paese e se fallisse il PD lo avvertirei come un fallimento personale. Tacere di fronte a ciò che a me appare un lento svaporare del progetto del PD lo avvertirei come una grave responsabilità. Se guardo indietro nella mia vita politica vi sono stati dei momenti forti in cui mi sono battuto con successo per un avanzamento dei rapporti politici in direzione di una alleanza tra i riformisti. Nel 1976 (quanti anni fa…) ero segretario provinciale della Dc quando, superando molte difficoltà, riuscimmo a varare a Padova una giunta “delle larghe intese” che prevedeva una consultazione programmatica tra la maggioranza di centrosinistra e l’allora PCI: era un periodo di fori tensioni sociali, in cui il terrorismo colpiva duro, e ci sembrava giusto allargare la base democratica del governo cittadino per mettere in sicurezza la convivenza democratica. Quante resistenze dentro il mio partito di allora, eppure vincemmo quella battaglia. Nel 1992 imposi ad una riluttante DC una nuova giunta senza i socialisti e con l’ingresso dei DS, con Flavio Zanonato vicesindaco.Obbligando anche i DS ha fare un salto di responsabilità che era difficile. Momenti e percorsi che hanno reso più agevole e preparato senza improvvisazioni l’approdo all’Ulivo e ora al PD.
Per questo se fallisse il PD sarebbe per me la sconfessione di un intero percorso politico. Dunque non posso nascondere le ombre che ci sono.
Il tesseramento dimostra una gracilità del partito sul territorio. Nonostante un impegno generoso di molti quadri territoriali il risultato è modesto, di molto inferiore al radicamento che avevano i partiti fondatori. Tanta gente, tanti militanti si sono persi per strada, la base delle primarie non è stata interessata a fare un salto verso un impegno più continuo. I congressi che sono in corso nelle altre province registrano una scarsa partecipazione al voto. Quando in comuni di 10 o 20mila abitanti la rappresentanza congressuale è definita da meno di dieci o venti elettori dobbiamo capire che il partito esiste giuridicamente ma non politicamente e non può avere una capacità di presenza e di indirizzo al di là dell’impegno volontario e generoso dei pochi militanti. C’è una diaspora silenziosa: ho detto del fatto positivo di forze giovani che stanno sostenendo il partito, ma purtroppo spesso non si sono aggiunte alla vecchia militanza che si è allontanata. Continuano le fuoriuscite: oggi un consigliere regionale, tra poco altri due senatori, forse nel prossimo futuro metà del gruppo consiliare del Friuli. Come facciamo a sostenere l’iniziativa politica del PD del Nordest se invece di attrarre perdiamo pezzi, personalità come Cacciari e Dellai ci hanno lasciato? Ormai sta diventando la regola che bravi sindaci possono vincere solo nascondendo la loro appartenenza al PD.
Nascondere o sottovalutare queste ombre vuol dire non voler bene al PD. Bisogna esserne consapevoli ed affrontare questi nodi. Non basta l’appello alla buona volontà, bisogna riflettere sul perché il PD non ha più forza espansiva. Perché questo resta il punto principale: se il PD non riesce ad essere un partito capace di andare oltre l’insediamento della sinistra (le regioni del centro dal punto di vista territoriale, una base di dipendenti pubblici e pensionati dal punto di vista sociale, una parte della CGIL dal punto di vista delle grandi organizzazioni) non può ambire a governare il paese. E non può neppure ambire a costruire alleanze con la forza di vincere elezioni e di governare.
Sento la tentazione di tornare in condizioni diverse allo schema del passato: un Partito di sinistra (allora i DS, ora il PD) che parla al popolo della sinistra, un partito di centro (allora la Margherita, ora l’UDC o cos’altro potrà nascere al centro) che parla ai cosiddetti moderati. E’ uno schema che non penso possa reggere. Non solo perché è cambiato il paese. Sono diverse le condizioni politiche. Sul versante della sinistra il PD troverebbe una concorrenza più innovativa e combattiva: non nostalgie di un passato comunista, ma idee che si misurano con i problemi della globalizzazione. Impersonate da una personalità politica di primordine come Niki Vendola, anche dal punto di vista della connessione sentimentale con il paese come la chiama, con una immagine sufficientemente fresca a livello nazionale (anche se in Parlamento era tra quelli che affossarono il primo governo Prodi nel 1998…). Alle primarie non è difficile immaginare per lui se non la vittoria un successo ragguardevole, che trascinerebbe il successo della sua lista alle elezioni, in gran parte a danno del PD.
E l’UDC non è la Margherita. La Margherita era nata con una scelta netta di campo, formata da partiti che avevano sempre combattuto nell’area del centrosinistra. Una scelta che l’UDC non farà mai. Anzi sarà più interessata ad incassare il frutto della liberazione di un elettorato di destra dalla leadership di Berlusconi. Forse vi potrebbe essere la disponibilità a un governo che dovesse nascere in difesa della democrazia di fronte a tentativi oscuri. Impossibile pensare ad una alleanza organica tra noi, Vendola, Di Pietro, UDC.
Ed allora? Perché insistere su questa strada? E’ una strada senza via d’uscita. A meno che. A meno che non vogliamo rinunciare a combattere la battaglia della governabilità del paese e ci accontentiamo di rappresentare un blocco importante ma minoritario e a vocazione minoritaria. Ma questo sarebbe rinunciare alla missione del PD. Gli elettori continuerebbero ad abbandonarci.
Io penso invece che vi sia un’altra strada. Non è ancora troppo tardi. E’ il crollo del regime berlusconiano con una feroce disputa interna che ce la apre. Apre lo spazio per una competizione da parte di un partito nazionale che voglia dare rappresentanza anche ad un blocco di elettori che non accetta la qualifica di sinistra (o almeno di una sinistra che appaia vecchia e conservatrice) ma ha capito il fallimento della promessa di cambiamento della destra. E’ l’unico modo per aggiungere al nostro insediamento tradizionale, ai valori che vogliamo rappresentare un nuovo spazio elettorale: essere il partito che vuole cambiare l’Italia, che ha il coraggio di proporre cambiamenti radicali, un nuovo patto tra produttori e lavoratori per recuperare efficienza e competitività, un nuovo welfare per distribuire meglio le tutele, combattendo l’esclusione dei giovani, un nuovo sistema dell’istruzione che punti alla qualità ed al merito, una politica economica che affronti i temi della diseguaglianza e dell’immobilismo sociale, ecc.
In un saggio recente di geopolitica si è data una lettura delle correnti profonde della riorganizzazione in atto a livello planetario sotto il profilo della psicologia di massa. La categoria della nostalgia caratterizza il mondo occidentale, che rischia di guardare indietro ad un livello di benessere e di centralità mondiale che non può più mantenere. Il rancore è proprio del Medio Oriente, che vede i propri principi religiosi messi in discussione dalla globalizzazione. La speranza è la cifra dell’America Latina e dei paesi del BRIC (Brasile, India, Cina) che si aprono ad una crescita intensa e ad una redistribuzione della ricchezza.
Potremmo utilizzare queste categorie anche per la politica interna. La tentazione della nostalgia che alimenta ancora molti atteggiamenti elettorali (l’anticomunismo, il grande ed organizzato partito della sinistra, ecc.). Il rancore: fasce di elettorato che vedono nemici ovunque si presenti una idea diversa dalla propria e che fanno della faziosità la propria cifra. E la speranza? Chi rappresenta la speranza per un popolo disorientato e senza solidi riferimenti? Lo ha saputo fare l’Ulivo, deve farlo il PD.
Ma il PD lo può fare solo se riprende la strada di una ricerca appassionata del proprio progetto e della propria identità. Se non ha paura di un dibattito anche pubblico su grandi idee. E’ vero, il congresso è stato fatto. Ma se i problemi restano e si amplificano vuol dire che le soluzioni che abbiamo individuato non erano sufficienti. Liberato il campo dal problema della leadership non dobbiamo aver paura di confrontarci con lealtà sui contenuti della nostra azione politica. Se tutto andasse bene, se fossimo un partito in espansione ci sarebbe solo da lavorare sul piano organizzativo. Ma non è purtroppo così ed è un errore confondere chi lo dice con un fastidioso disturbatore. Dobbiamo essere capaci di radicalità nell’analisi della società e di riformismo nella concreta azione politica, tenendo conto delle condizioni e dei rapporti di forza reali del paese. Rischiamo di essere superficiali nelle analisi e radicali senza riuscirci nelle azioni.
La ragione della storia sta dalla nostra parte, perché è fallito il modello liberista e si dimostra che l’economia ha bisogno di una buona politica, che la giustizia sociale e la sostenibilità dello sviluppo non sono ostacoli ma strumenti essenziali per una crescita duratura e per il benessere dei popoli.
Ci vuole solo da parte nostra un po’ più di coraggio nell’abbandonare le certezze del passato e costruire le buone ragioni del futuro
