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Comincia l’iter del Pp1 Seduta ad alta tensione lunedì sera in Provincia

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Rocco: «Chiarezza sulle aree pubbliche»

La Provincia affronta il «nodo» del PP1. Per quanto di competenza: l’area di 40 mila metri cubi ereditata dal Comune, in cambio di piazzale Boschetti. Fabio Rocco, segretario provinciale della Quercia (e uno dei 12 “garanti” del Partito Democratico), anticipa l’atteggiamento ulivista nell’aula di palazzo santo Stefano. Lunedì pomeriggio il consiglio provinciale ci si confronta proprio sul PP1: «Dopo che Silvia Clai dell’Italia dei valori aveva opportunamente sollevato il “caso PP1” prima in Commissione e quindi con un’interrogazione, lunedì la questione arriva in aula. L’ordine del giorno prevede genericamente una discussione. Dunque, mi aspetto un dibattito serio per capire cosa avviene in un’area tanto importante e delicata». Come Ds, partito del sindaco di Padova, che atteggiamento avrete in Provincia? Nessuna ostilità pregiudiziale. Anzi. Personalmente, sarò più che attento ad ascoltare l’intervento del presidente Vittorio Casarin. Vogliamo, davvero, capire bene qual è la strategia della Provincia nella partita del PP1. Sulla carta, finora ci sono lo scambio patrimoniale con il Comune e la delibera di incarico ad un professionista? Infatti. La prima operazione ci ha trovato perfettamente d’accordo, anche perché permette di realizzare il nuovo auditorium in piazzale Boschetti. La delibera della giunta Casarin (28 maggio scorso) affida al professor Fabio Buttignon l’incarico di stimare l’area della Provincia. Qui, invece, nutriamo riserve. E’ lo stesso professionista che valuta la fusione fra Aps e Acegas. Inoltre, secondo il nostro punto di vista, bisogna fare chiarezza su un altro punto. Ovvero se è corretto che la Boschetti Srl operi come soggetto immobiliare dentro il PP1. In Comune, vi sentiti più tranquilli? Urbanisticamente, sul futuro del PP1 decide il Comune. E non abbiamo nessun dubbio. Ci mancherebbe altro. Ci sentiamo più che tutelati nelle procedure. A cominciare dalla Commissione urbanistica, chiamata ad esaminare per prima la pratica che riguarda aree pubbliche e progetto dei privati. A proposito, il presidente della Provincia in qualche modo «dialoga» con la cordata di imprese edili che vinse l’asta del PP1 vincolata al progetto Podrecca. E voi? E’ evidente che ci concentriamo sulle aree di proprietà pubblica. Per capire, tanto per dirne una, dove e come si immagina il nuovo Conservatorio. Il progetto originale di Podrecca, poi, va misurato alla luce di quanto si deve ancora decidere. Ci aspettiamo soluzioni, su cui riflettere a partire dal dibattito di lunedì. Per poter esprimere valutazioni serene.

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NON FARE L’ERRORE DI SOTTOVALUTARE

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Gli arresti di ieri confermano le preoccupazioni di chi ritiene che siano ancora attive organizzazioni terroristiche con finalità eversive. Troppo spesso l’opinione pubblica e la politica si sono affrettate a ritenere conclusa la stagione del terrorismo, per poi repentinamente ricredersi di fronte a fatti clamorosi. Questo errore è stato commesso a metà degli anni ’80. Poi le cosiddette «nuove Br» hanno ucciso D’Antona, Biagi e Petri, e le recenti indagini della Procura di Milano hanno portato alla luce l’esistenza di un’organizzazione terroristica ramificata tra Milano, Padova e altre città italiane. Oggi, pur senza creare allarmismi, e nella consapevolezza che la situazione non è più quella degli anni ’70, non dobbiamo ripetere quell’errore. E’ necessario interrogarsi sulle ragioni della permanenza di tentazioni eversive in parti minoritarie della nostra società. E’ cresciuta infatti una avversione alle regole e alla legalità, che spesso si manifesta con le violenze negli stadi e con i comportamenti ostili verso la Guardia di finanza o la polizia municipale, impegnate a fare il loro dovere. Qui emerge la drammatica mancanza di senso dello Stato del nostro Paese. C’è addirittura chi continua a teorizzare l’illegalità diffusa come strumento per cambiare la società, favorito spesso dalle sottovalutazioni e dall’indifferenza dell’opinione pubblica che ha dimenticato i danni provocati da questi «cattivi maestri». In questo clima contro lo Stato matura una cultura potenzialmente eversiva e anti-istituzionale. Un’altra ragione è l’esistenza di una vasta zona grigia, mai venuta alla luce, di complicità e supporto alle organizzazioni terroristiche degli anni ’70. Basti pensare che, di fronte ai circa ventimila fiancheggiatori del terrorismo stimati dalle commissioni parlamentari d’inchiesta, meno di quattromila persone sono state condannate per il reato di costituzione di banda armata; di queste, meno di duecento sono ancora sottoposte a misura cautelare. Sono numeri parziali, che tuttavia danno l’idea della presenza ancora significativa di un’area che ha svolto un ruolo nelle organizzazioni terroristiche e che non è mai stata individuata; e del fatto che molti terroristi condannati sono oggi in libertà, e, come dimostrano le recenti indagini, continuano ad essere punti di riferimento per le attività eversive. Esiste poi una ragione culturale presente solo nel nostro Paese. La storia dell’eversione è stata prevalentemente scritta dagli ex terroristi che, grazie a un atteggiamento compiacente di una pubblicistica generosa, hanno diffuso un’idea del terrorismo avventurosa e romantica, costruendosi l’immagine di combattenti disinteressati per ideali nobili. Basti pensare al fatto che alcuni autori di omicidi efferati vengono invitati negli studi televisivi, nelle università e nelle scuole a raccontare le loro esperienze, e vengono presentati non come criminali condannati per gravi reati, ma come operatori sociali impegnati nel volontariato. Anche la recente polemica sulla nomina di Susanna Ronconi a consulente del ministro Ferrero costituisce un esempio chiaro di questa situazione. Il messaggio che è stato trasmesso per troppo tempo alle giovani generazioni, che non hanno vissuto le tragedie e i lutti di quegli anni, è stato devastante e ha oggettivamente contribuito a costruire i legami tra i fiancheggiatori dell’eversione degli anni ’70 e le nuove leve del terrorismo. Per fortuna l’azione della magistratura e delle forze dell’ordine ha fin qui contenuto i fenomeni eversivi, dimostrando grande capacità investigativa. Ma non basta. E’ necessario un impegno forte e continuo delle istituzioni e delle forze politiche per contrastare questi fenomeni, e costruire una memoria condivisa di condanna del terrorismo. Da questo punto di vista l’azione dell’amministrazione comunale di Padova e del sindaco Zanonato indica un esempio da seguire e di come le istituzioni possono svolgere un ruolo attivo. Un altro passo importante è stato fatto dal Parlamento italiano, che ha istituito, senza distinzioni di parte, il giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi, in coincidenza con la data del 9 maggio, nella ricorrenza dell’uccisione di Aldo Moro. Solo continuando su questa strada è possibile estirpare le ragioni che costituiscono un terreno favorevole alla rinascita di forme di eversione e terrorismo.

Alessandro Naccarato deputato dell’Ulivo

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«Voglio vivere come sempre»

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Zanonato, prima mattinata con gli agenti della scorta


Il sindaco di Padova Flavio Zanonato, considerato un potenziale obiettivo, è stato messo sotto scorta, 24 ore su 24, da parte di un agente della Digos. Cerca di minimizzare, il primo cittadino: «E’ normale che il sindaco della città sia un obiettivo simbolico per questo tipo di gruppi. Ma non c’è alcuna minaccia concreta: sono stato indicato solo come nemico politico da combattere. Non ho paura, sono tranquillo e continuerò a fare la vita di sempre».

Sotto scorta 24 ore su 24: da ieri il sindaco Flavio Zanonato ha un agente della Digos che lo segue in ogni suo spostamento. Si tratta di una «implementazione» della sorveglianza nei confronti del primo cittadino, già protetto dalle forze di polizia che ogni notte stazionavano sotto la sua abitazione. Una decisione, autorizzata dalla Prefettura, legata agli sviluppi dell’inchiesta sulle nuove Br che ha portato ieri all’arresto di altri due presunti brigatisti. Il primo cittadino fin da subito ha voluto minimizzare la sua condizione di «scortato»: «E’ normale che il sindaco della città sia un obiettivo simbolico per questo tipo di gruppi. Ma non c’è nessuna minaccia concreta: sono stato indicato solo come nemico politico da combattere» spiega, promettendo che la presenza della scorta non gli farà cambiare abitudini e stili di vita. «Io ho sempre girato in bicicletta e in motorino. Vorrei continuare a farlo - sottolinea - Non ho paura: sono tranquillo e continuerò a fare la vita di sempre». Ma la presenza, discreta ma inevitabile, di un agente della Digos alle spalle del sindaco è stata visibile per tutta la giornata di ieri. Una sorta di «angelo» che lo accompagna in via Anelli, di prima mattina, per il sopralluogo con il questore e l’assessore Ruffini. Lo attende fuori dal suo studio a palazzo Moroni e poi lo accompagna alla cerimonia di inaugurazione della mostra dei progetti di Auditorium. «Il Gramigna? Si tratta di un gruppo isolato in città. Pensate che hanno fatto una manifestazione nazionale qualche settimana fa ed erano un centinaio. Quando fanno le loro iniziative politiche sono in 35», risponde telefonicamente alle domande dei giornalisti della web-tv di Repubblica. Saranno in tutto dieci agenti ad assicurare la scorta al sindaco Zanonato, con diversi turni nel corso della giornata. Lo aspetteranno sotto casa alla mattina e lo scorteranno fino agli ultimi impegni serali. «Il primo che ho conosciuto è simpatico, spero lo siano anche tutti gli altri» scherza il primo cittadino. «Si tratta di una protezione che questore e prefetto hanno ritenuto di darmi. Un gesto che apprezzo e per cui li ringrazio - ci tiene a sottolineare ancora Zanonato - A Padova ci sono delle forze dell’ordine particolarmente efficienti che hanno saputo individuare un fenomeno che stava emergendo ed è stato subito estirpato, aiutati da un magistrato di straordinaria bravura come Ilda Boccassini». Nessun commento invece sui due arrestati come presunti brigatisti: «Di certo non conoscevo il ragazzo più giovane, ma non ho ricordi neppure di Tonello» commenta il sindaco, che riferendosi alla provenienza dal mondo sindacale aggiunge: «Deve far riflettere il fatto che in alcuni ambienti resista ancora una frangia minima di persone che pensano che il terrorismo possa portare dei risultati a vantaggio dei lavoratori. La storia insegna che non è così. Gli unici risultati positivi sono arrivati dai movimenti riformisti e dalle lotte sindacali». E al primo cittadino arriva anche la solidarietà e la vicinanza del presidente della Provincia Vittorio Casarin: «Zanonato si è esposto con le sue prese di posizione molto dure nei confronti dei centri sociali - sottolinea - Questo può aver dato fastidio a qualcuno. Ma si fa fatica ad entrare nelle menti di queste persone, per cui il bersaglio potrebbe essere veramente qualsiasi tipo di istituzione». E il nuovo terrorismo che mette radici anche nell’Alta con l’arresto del cittadellese Simonetto? «Si tratta di frange marginali. Il fatto di averle individuate prima che potessero colpire vuol dire che il lavoro delle forze dell’ordine è qualificato. E questo dà tranquillità ai cittadini». «E’ chiaro che Zanonato è oggetto di minacce perché ormai da tre anni è il sindaco di una città in cui l’eversione e la violenza hanno provato a riemergere, mentre lui le ha caparbiamente e duramente represse. Anche e soprattutto dal punto di vista culturale - aggiunge il capogruppo dei Ds a palazzo Moroni Umberto Zampieri - Zanonato disturba chi fa della violenza uno strumento di lotta politica, proprio come Sergio Cofferati a Bologna». Collegamenti tra gli arresti e l’attentato alla sede della Quercia di Voltabarozzo? Zampieri tende a escluderli: «Purtroppo sembra che ci troviamo di fronte a un livello eversivo più alto».

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Confesercenti: basta, troppi partitini

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Anche i Ds raccolgono firme a sostegno della consultazione popolare

«Meno partiti, più riforme: ci metto la firma!». Parte con questo slogan la storica adesione della Confesercenti di Padova alla raccolta firme legata ai referendum per la riforma elettorale, promossa dal Comitato promotore dei Referendum elettorali 2008. Non era mai accaduto, infatti, che l’associazione dei commercianti si schierasse nelle campagne referendarie che hanno contrassegnato la storia d’Italia. «Ma questa volta siamo costretti a farlo -interviene il presidente della Confesercenti provinciale, Nicola Rossi- in quanto con questo sistema proporzionale il territorio e i suoi abitanti non sono più in grado di esprimere nulla a livello di scelte politiche. E questo non è sopportabile». Il sì della Confesercenti al referendum è stato illustrato ieri dalla presidenza dell’associazione stessa assieme al coordinatore provinciale del Comitato Antonio Danieli. Come sottolinea Nicola Rossi «abbiamo deciso di appoggiare questa raccolta firme perché questa legge elettorale non va bene, crea una moltitudine di partitini inutili». Insomma, il motto d’ordine è «tornare al sistema maggioritario». Lo dice chiaramente il direttore della Confesercenti, Maurizio Francescon: «Serve una nuova legge elettorale che assicuri la rappresentatività delle istituzioni, la stabilità e la coesione delle maggioranze». Hanno già raccolto oltre 500 firme a favore del referendum anche i Ds di Padova, tra queste anche quella del primo cittadino Flavio Zanonato. «La Quercia padovana ha deciso di sottoscrivere il referendum, perché riteniamo sia l’unica strada per modificare la legge elettorale» spiega il segretario provinciale Fabio Rocco. I diessini adesso cercano il «rush finale». Per questo negli ultimi giorni di raccolta (il 24 luglio è il termine ultimo per presentare le firme a Roma) si moltiplicheranno i banchetti nelle piazze e nei mercati.

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