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NO ALLA PAURA. IL TERRORISMO SI PUÒ SCONFIGGERE

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MATTINO DI PADOVA 26 MARZO 2016 - Gli attentati di martedì 22 marzo a Bruxelles erano annunciati da tempo e vanno inquadrati nel conflitto in corso da anni in diverse zone del mondo tra la parte estremista del radicalismo islamico e alcuni paesi occidentali. Questo conflitto si intreccia con lo scontro antico tra sciiti e sunniti che svolge un ruolo decisivo nella collocazione internazionale di molti stati arabi. Finora l’opinione pubblica ha sottovalutato il fenomeno salvo l’accanita spettacolarizzazione che si verifica puntualmente in occasione di eventi sanguinosi: per qualche giorno televisioni e giornali propongono cronache e ricostruzioni spesso superficiali; poi, finite le emozioni, torna il silenzio. Per prevenire e contrastare la radicalizzazione e il terrorismo islamico non servono slogan demagogici; è necessario studiare i gruppi fondamentalisti e attrezzarsi per svolgere un lavoro lungo nella società. Innanzitutto bisogna abbandonare le semplificazioni e i tentativi di strumentalizzare le violenze per calcoli elettorali a breve termine. I gruppi terroristi attivi in Europa sono collegati con lo Stato Islamico: le azioni più recenti servono per alleviare la pressione che l’intervento militare di alcuni paesi occidentali sta esercitando in Siria, Irak, Yemen, Mali e Libia.
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LIBIA: il PD incontra i cittadini per approfondire lo scenario della regione e informare sulle azioni del Governo italiano

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Il Partito Democratico di Padova ha incontrato i cittadini per discutere la difficile situazione in Libia e per informare sulle azioni positive che l'Italia ha messo in campo nella regione. Conoscere le vicende internazionali e l'impegno del nostro Paese è importante: all'incontro erano presenti i Deputati Alessandro naccarato e Vincenzo D'Arienzo. Appare utile offrire qui di seguito un resoconto schematico della situazione e un approfondimento a cura della Camera dei Deputati.
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IL CROCEVIA DI PADOVA EST

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Purtroppo negli ultimi due anni siamo - ahimè - passati dalla condizione di protagonisti impegnati a far crescere uno dei punti di forza della città, a “spettatori”, non dico impotenti, ma certamente non in grado, come sarebbe necessario, di impedire il piano inclinato verso cui stiamo andando a causa di un sindaco estraneo alla città e, oserei dire, ai suoi interessi più nobili. Una situazione di paralisi già vissuta in altre stagioni della città che vorremmo evitare, ma che dobbiamo far di tutto per fermare. Per questo, ragionare sulle scelte in atto e su quelle future, parlare di politica nel senso alto e nobile del termine a partire anche dagli elementi tecnici che ci ha offerto l'avvocato Dal Prà, probabilmente ci aiuterà a rimettere insieme i vari tasselli del mosaico, sparsi davanti ai nostri occhi e che hanno bisogno di riprendere forma. Parto da due questioni apparentemente “minori”, che sono apparse nel corso degli ultimi giorni all'attenzione della cronaca cittadina.

1. Il trasloco di IOV e Pediatria

Prima questione: la Regione ha deciso di trasferire lo IOV (Istituto Oncologico Veneto), una delle eccellenze della nostra città e della scuola medica padovana, da Padova a Castelfranco Veneto. ‘Poco, poco’, ‘appena, appena’, non in modo definitivo si sono affrettati a dire, ma è chiaro che è un modo per “indorare la pillola”, per rendere meno amaro il calice. Si tratta invece di una scelta che hanno maturato nel corso degli ultimi due anni e che oggi ritengono ci siano le condizioni per poterla realizzare: trasferiscono per il momento metà struttura, come da annuncio, in attesa di trasferire poi l’intero complesso.
Bisogna guardare i fatti con grande realismo: la decisione è coerente con un disegno strategico della Lega, insediata soprattutto nella fascia pedemontana, suo vero cuore pulsante, culturale ed anche elettorale. La Lega ritiene dunque di privilegiare il suo territorio, decisione che è intimamente collegata con la scelta di potenziare in modo significativo l'ospedale di Treviso. Questo fatto sta già provocando le prime fughe di cervelli da Padova e dallo Iov in direzione di altre regioni. Ma forse questo interessa poco a chi privilegia la cura del bacino elettorale rispetto a quella delle persone malate.
Questo per dire come sia in atto e si corra il rischio, proprio a partire da questo aspetto, di una lenta, progressiva dismissione della medicina e della sanità padovane. Perché, se noi guardiamo a quello che è accaduto nel corso degli ultimi anni nella nostra regione, abbiamo sicuramente da una parte il potenziamento strategico di Verona, un rafforzamento importantissimo di Treviso, la realizzazione di nuovi plessi ospedalieri che servono a riaccorpare tutta una serie di unità sparse in parte anche nella nostra provincia; e dall’altra, unico caso nel Veneto, la paralisi che si registra ormai da alcuni anni a Padova.
Seconda questione: ieri (11 marzo), sui quotidiani locali è apparsa la notizia di problemi strutturali nel plesso di Pediatria: è probabile che ci sia stato un ingegnere, preoccupato per le manutenzioni non fatte in modo adeguato negli ultimi anni, che ha ritenuto di non assumersi le responsabilità di coprire la situazione, nota ai dirigenti e alla politica, facendo in tal modo scoppiare il caso. Al di là delle soluzioni temporanee che dovranno essere assunte, come il trasferimento in strutture terze o altre che non voglio nemmeno immaginare, questo fatto mette ancora una volta in evidenza l'urgenza della questione del nuovo ospedale. Vi dirò di più: quando a suo tempo abbiamo fatto la discussione sul nuovo polo ospedaliero avevamo tutti la consapevolezza, e ce l'aveva comunicato anche il direttore generale dell'azienda, che la struttura messa peggio in assoluto fosse il Monoblocco. Se vi capita di andarci, dalle finestre anche voi potrete notare che sulle costolature in cemento armato si vedranno i ferri… Tant'è che la valutazione fu che non ci fosse nessuna possibilità di ristrutturazione di quel plesso: doveva essere abbattuto perché costava molto meno che fare una ristrutturazione e manutenzione straordinarie.
Ricordo ancora come nel 2000-2001, in Consiglio comunale, fosse stato illustrato il progetto della 'barchetta' di Botta: io e Pipitone fummo gli unici due a votare ‘contro’ perché (e questo era il senso dei nostri interventi), a fronte del problema di Pediatria, volevamo evitare scelte raccogliticce, volevamo invece immaginare l’avvio di un processo, un percorso per fare un nuovo polo ospedaliero di cui Pediatria, con tutto il sistema materno e infantile, costituisse il primo tassello di un disegno più complesso e completo. Era allora sindaco Giustina Destro. Nonostante la mozione fosse passata a larga maggioranza, poi non se n'è fatto più nulla. Quella volta, per fare pressioni in Consiglio comunale, usarono i bambini che innalzavano cartelli indicanti come potenziali nemici coloro che esprimevano la necessità di una visione più complessiva. Volevano farci passare come coloro che li avrebbero messi in difficoltà. Ma non era affatto così. Alla fine la ‘barchetta’ non si fece, nonostante il voto favorevole della maggioranza, ma continuarono le inutili chiacchiere a cui la città è purtroppo abituata. Segno che sono molti gli interessi, spesso in conflitto fra di loro, intorno a questo problema. Questo, per ricostruire il quadro, ed è dentro questo quadro che nel 2004 - e lo dico perché l'ho scritto personalmente nel programma elettorale di Flavio Zanonato - è nata la necessità del nuovo polo ospedaliero, anche se questa non sarebbe stata di stretta competenza del Comune. Ricordo, a tal proposito, di averne discusso con Zanonato che mi ricordava come la decisione spettasse alla Regione... Per me era chiaro chi avesse la titolarità della decisione, com’era anche chiaro che doveva servire alla città, che servisse a noi: in questo senso era dovere dell'amministrazione pubblica cittadina indicare la traiettoria. Possiamo dire che questo sia stato l’innesco di tutto il dibattito e il lavoro successivo con la Regione, prima con Galan e poi con Zaia.

2. Come si arriva a scegliere Padova ovest
È stato un processo piuttosto lungo - come è stato ricordato - che ci ha portato a fornire continui pezzi mancanti al puzzle, immaginando contesto e contenuto del puzzle stesso, forzando sulla Regione che non lo ha mai visto di buon occhio: Zaia, sempre attento alla sua Treviso e alla pedemontana, è stato trascinato faticosamente in questa avventura. Via via, a fronte delle condizioni sempre più inadeguate in cui si veniva a trovare l’ospedale, hanno cambiato opinione fintanto che siamo arrivati a luglio 2013 quando, io per il Comune di Padova, Zaia per la Regione, Degani per la Provincia e Zaccaria per l'Università, abbiamo sottoscritto l'accordo di programma che, sintetizzo, diceva: facciamo il nuovo ospedale a Padova ovest.
Dunque, come eravamo arrivati a Padova ovest?
Si partiva da una visione della città. Non è che uno al momento si inventa: metto l'ospedale di qua o lo metto di là… L’idea che avevamo, tra l’altro verificata e concertata con tutti i Comuni della Conferenza metropolitana, era quella (come diceva l'avvocato Dal Prà) di una scelta di carattere strategico-generale, una scelta nata all'interno di un'idea di pianificazione ‘condivisa'. Avevamo immaginato insieme quale fosse il luogo più adatto per rispondere all'esigenza della medicina e della sanità regionale e, oserei dire, interregionale. Dunque non soltanto della città in senso stretto.
Dunque, perché allora Padova ovest?
Se osservate la struttura della nostra città vedrete che tutte le funzioni principali sono collocate a nord-est: dalla Stanga, passando per la zona industriale e tutta l’area che gravita attorno al casello autostradale di Padova est. Abbiamo lì la zona industriale, sia la prima che quella sviluppatasi successivamente attorno a corso Stati Uniti, l'area commerciale direzionale collocata attorno al nodo della Stanga, tutto il commerciale che si svolge lungo via Venezia, senza contare che c'è, sempre su via Venezia, la cittadella dell’ Università, passando per il sistema ospedaliero collocato sopra le mura.
E se voi guardate anche i flussi di traffico, la mattina noterete che tutti si dirigono verso Padova nord-est e la sera, in uscita, tutti andranno in senso contrario.
Ci siamo detti che dovevamo immaginare che fosse, sì un nuovo ospedale, ma anche un polo della ricerca e della didattica, un campus in grado di imprimere una nuova idea di sviluppo della città e che, quindi, doveva avere la possibilità di non rimanere stretto dentro un ambito limitato e troppo piccolo.

3. Un dibattito che ricorda quello del Settecento e degli anni ‘50…
È interessante notare come questo dibattito, che da un paio d’anni si sta facendo convulso e caotico, sia un dibattito che la città ha già fatto in almeno altre due occasioni.
Nel '700, quando decide di spostare l'ospedale da via san Francesco diventato ormai inadeguato, per portarlo nell’attuale sede del Giustinianeo. Interessante a questo proposito leggere i resoconti di allora perché, come dice il Cerato, che ne è il progettista, il trasferimento fosse obbligato: “perché dobbiamo sottrarlo al “tumulto” della città”. Provate ad immaginare..., probabilmente passavano i carri su via san Francesco che facevano rumore e disturbavano quello che fu, tra l’altro, il primo luogo dove si sperimentò la medicina e la cura al letto del paziente. Dunque, la medicina moderna nasce proprio lì, in via san Francesco, dove ora si trova il nuovo Museo della Medicina.
Successivamente, tra il 1950 e il 1960, ci fu un durissimo dibattito su dove collocare una struttura di potenziamento del nuovo ospedale, perché anche allora il Giustinianeo, dopo due secoli, si rivelava inadeguato. A quel tempo la discussione fu tra l'amministrazione pubblica e l’Università di Padova. Università che spingeva per mantenerlo là dove stava, scorticando e abbattendo le mura del Cinquecento per far posto alle nuove strutture. Quello che, ahimè, poi è successo. Scelta che non ha comportato solo la violenza verso il sistema bastionato e delle mura, ma ha comportato anche il tombinamento del fiume, dove in passato c'erano i mulini a fianco del Giustinianeo, cambiando il volto della città. Bisogna però aggiungere, per nostra sfortuna, che allora non c'era la sensibilità che c'è oggi dal punto di vista della tutela dei beni monumentali. Fu una scelta comunque dettata da quelli che all'epoca erano definiti i ‘baroni' universitari.
Tenete presente che l'amministrazione cittadina con il piano regolatore Piccinato aveva previsto l’area in cui collocare il nuovo polo ospedaliero. Volete sapere quale zona aveva indicato? Ebbene, Piccinato l’aveva prevista a Montà. Insomma a ovest. Poiché aveva un'idea equilibrata di città, in cui tutte le sue funzioni fossero 'bilanciate'.
E questo è stato uno dei criteri che ha portato anche noi a ragionare su Padova ovest: un'area molto grande, di circa 650.000 metri quadrati, espandibile, con una viabilità di accesso straordinaria che immaginavamo di collegare anche dal punto di vista tranviario con la linea da Voltabarozzo-stazione-stadio Euganeo e con l’enorme parcheggio relativo. In questo modo collegabile intimamente anche con il centro della città e dunque facilmente raggiungibile sia dal centro, ma anche soprattutto da tutti gli altri Comuni.
Questo per dire che avevamo una visione della città, avevamo un’idea nel collocare il nuovo polo in una condizione di centralità ma anche di accessibilità.


4. Da un’idea di città alla vittoria del bricolage e dell’improvvisazione
Per carità, bisogna lealmente ammettere che abbiamo perso alle elezioni e qualcuno potrebbe anche aggiungere: il vostro competitor ha vinto perché aveva un'altra idea… Va bene, ma quale idea?
Di sicuro aveva un’idea destruens, destrutturante. Innanzitutto doveva dire ‘No’, doveva essere ‘contro’, doveva affermare che tutto quello che avevamo immaginato, era sbagliato. E questo, in teoria, potrebbe anche starci... In fondo, la maggioranza dei padovani gli ha dato il consenso...
Ma che fosse solo e unicamente un’idea destruens, che non avesse un obiettivo preciso, è dimostrato dal fatto che successivamente ha cambiato opinione ben quattro volte… e in poco tempo.
È un aspetto interessante e voglio portarvi più avanti ad un ragionamento su questo. Dicevo, il sindaco attuale ha lavorato sulla destrutturazione di una ipotesi raccontando la favola dell'acquitrino, della palude di Padova. Ossia, improvvisamente l'area di Padova ovest era diventata un acquitrino. Sfido chiunque a dimostrarlo; c’è persino stata un'azione in questo senso da parte di più soggetti interessati. All’epoca pensavo fosse solo una questione, diciamo così, politica, oggi si scopre invece che non era così, che gli interessi erano di altra natura. Se in queste settimane avete letto le notizie relative al procedimento penale e al dibattimento in corso in tribunale sulla vicenda Arpav, avrete di certo notato cose interessantissime: e cioè che un maresciallo dei carabinieri, attualmente imputato, avrebbe fatto, fra l’altro, molte pressioni per far dire che l’area di Padova ovest era un acquitrino, con lo scopo finale di non far realizzare l’intervento su quell’area, immaginando evidentemente altre soluzioni. Devo dire che ci sono a tal proposito coincidenze davvero singolari che fanno pensare a quanti interessi fossero all’opera.
Torniamo a noi. Arriva ad un certo punto il signore di Cittadella, il quale dapprima dice: voglio fare la ristrutturazione, poi fa fare la verifica (ed erano tutte cose che noi avevamo già fatto) e dice: no, ho cambiato idea, ho capito, faccio fare un intervento 'nuovo su vecchio’…
Sarà anche una soddisfazione da poco, ma di tutto tengo un archivio delle carte come atto di memoria non solo mia, ma anche della città. Dunque, il ‘nostro’ presenta il progetto del 'nuovo su vecchio' con tre torri da sistemare e poi si rende conto che non funziona neanche questa soluzione, scartata dai tecnici della Regione e dalla stessa Università. Erano comunque tutte ipotesi già verificate e che solo lui dimostrava, o fingeva, di non conoscere. Ma forse si tratta solo di improvvisazione che però va a pesare sulla pelle dei cittadini e dei malati in particolare.
A quel punto ripiega sull’area di Padova via Corrado, con ardite ipotesi di spostamento di serbatoi e altri impianti tecnologici. Ma anche là si rende conto che non può funzionare...
E arriva finalmente a Padova est... Ma come ci arriva?

5. Gl interessi guidano le scelte verso Padova est

Anche qui c’è da notare una cosa interessante: c’è una novità anche nelle modalità delle scelte pubbliche. Mentre noi, con Silvia Clai e Giovanni Di Masi (che vedo in sala), assieme a Nino Pipitone avevamo sempre immaginato e interpretato l'amministrazione pubblica come attore centrale di interessi generali che incrociano e mediano in modo trasparente i legittimi interessi dei privati, in questi tempi assistiamo a modalità che lasciano alquanto “stupiti”.
È interessante leggere come si svolge di questi tempi la rappresentazione, riferita anche a più episodi.
Come si arriva dunque a Padova est?
Primo fatto: nell'agosto del 2014 esce un’indicazione, suggerita da parte di un imprenditore che coinvolge nei giorni successivi la sua associazione di categoria, in cui si pensa a quanto sarebbe bello fare la stazione dell’Alta velocità in zona San Lazzaro, dove - si badi bene - noi avevamo già previsto e inserito, nei piani condivisi con Rete Ferroviaria Italiana, la stazione del sistema metropolitano ferroviario regionale. Attorno a questo obiettivo si muovono vari interessi, fino ad arrivare alla sintesi in cui Zaia annuncia trionfante alla platea degli industriali la notizia che la stazione Alta velocità si sarebbe fatta a San Lazzaro. Perché questo? Possiamo immaginare che una nuova stazione là ubicata avrebbe fatto lievitare il valore delle aree circostanti, e se tali aree, già destinatarie di un piano approvato (IR2), stanno subendo una situazione di difficoltà finanziaria da parte degli investitori, la stazione Alta velocità potrebbe rivelarsi un toccasana. Si tratta di un piano, di cui parlava poco fa anche Pipitone, in cui erano rimaste esposte solo le banche, di cui alcuni rappresentanti erano venuti a parlarmene quand’ero sindaco reggente perché si ritrovavano con 'crediti non esigibili' per decine e decine di milioni (circa 70). Che cosa erano venuti a chiedermi? Per poter rientrare da quella esposizione chiedevano di fare un centro commerciale. Sembra infatti, paradossalmente, che l'unica cosa che sembra garantire profitti sia questa destinazione.
In contemporanea, l'amministrazione comunale, proprietaria di una area adiacente, mette in vendita la propria area a Padova est (è importante mettere insieme tutti i tasselli per capire quale sia lo svolgimento dell’ordito degli interessi), la mette dunque in vendita cambiando a questo scopo il piano del commercio e consentire il via libera ad una grande struttura di vendita. Scelta che solo qualche settimana dopo, come se nulla fosse e a dimostrazione della grande improvvisazione, verrà nuovamente cambiata per rispondere alle nuove sollecitazioni.
La cosa interessante è che - lo scopriremo soltanto qualche mese dopo - a quel punto entra in scena il liquidatore della società IR2 e, come ha modo di raccontare alla stampa, ricorda: ho proposto al sindaco che l'ospedale venga realizzato a Padova est. Dice anche, e vi garantisco che non è vero, “l'avevo proposto anche a Ivo Rossi”. Siccome ricordo bene la discussione, è del tutto evidente che per me il tema non è mai esistito, anche perché noi avevamo già scelto e non avevamo certo motivo di cambiare una scelta condivisa con altri 17 Comuni; l'unica discussione che c'è stata, fra l'altro anche con i rappresentanti delle banche, riguardava la richiesta di fare un centro commerciale. Tema che, per le ragioni più volte ricordate, non faceva parte degli obiettivi della nostra amministrazione.

6. Come alla Lidl, le aree si comprano ad 1 euro
C’è di più, quelle aree cominciano a passare di mano e, come se fossimo alla Lidl, vengono acquistate da una società per il valore di un (1) euro. La cosa è interessante perché, agli atti societari, risulta (questo molti mesi prima che l’amministrazione attuale arrivasse a calare la carta del nuovo ospedale su Padova est) che l’acquisto sarebbe stato vantaggioso in quanto su quell’area sarebbe stata prevista la realizzazione del complesso ospedaliero. Come facevano a saperlo, visto che al momento della compravendita, gli atti, in forza anche dell’accordo di programma con la Regione, parlavano invece di Padova ovest?
La risposta ce la fornisce il signor Napoleone, personaggio di interesse da parte anche delle cronache nazionali e più recentemente di quelle padovane, il quale in una intervista comparsa su un quotidiano nel bel mezzo del mese di agosto del 2015 spiega le ragioni di questa scelta, sostenendo che in campagna elettorale delle amministrative del 2014, giravano voci su questa possibilità. Ora, delle due l’una: se i contendenti in lizza per guidare l’amministrazione padovana erano due, e di uno era chiarissimo quale fosse il suo orientamento (ossia la conferma di Padova ovest), si deve supporre, stante quanto afferma il signor Napoleone, che chi aveva “messo in giro la voce” verso uno spostamento ad est, dovesse essere l’altro contendente. Verrebbe da pensare che siamo in presenza di tutt’altro che una casualità…

7. Gli interessi si accampano a palazzo
Qual è, a questo punto, la lettura che si può dare? Che gli interessi sono protagonisti nell’indicare soluzioni, indicano la strada, dopo di che l'amministrazione pubblica, fino al giorno prima priva di una bussola, la fa propria e in pompa magna annuncia: facciamo il nuovo polo ospedaliero a Padova est. E da quel momento inizia una rincorsa per cercare di correggere gli strumenti urbanistici, per aggiustare e forzare norme… Per non parlare dei problemi relativi al project voluto proprio da Zaia, che a quel punto apre la strada a contenziosi che graveranno solo sulle casse pubbliche. Ve ne ha parlato - e non torno sul piano tecnico - anche poco fa l'avvocato Dal Prà: quando fai le cose fatte male, non sufficientemente pensate o immaginando che la politica sia tutto, e che dunque si possa passare sopra le regole senza porsi problemi (quelle norme che regolano la nostra convivenza e che servono per evitare che poi qualcuno possa fare il furbacchione), ebbene, se tu pensi invece che la politica sia l'unico strumento che regola tutto, rischi di fare delle 'porcate', rischi di non riuscire a coltivare l'obiettivo e, probabilmente, di provocare un grave danno. Ed è quanto sta accadendo…

8. L’amministrazione pubblica e gli interessi dei privati
Ora, se voi guardate quando è scoppiata la polemica su Padova est e gli interessi relativi, il sindaco attuale risponde: ma io non li ho mai incontrati, quelli là. La stessa cosa è successa quando è uscita la proposta di un nuovo centro commerciale travestito da stadio: dove non è l'amministrazione pubblica a fare la proposta, che viene invece fatta da un privato che in questo caso ha anche un interesse, che può essere anche legittimo. Perché io penso che i privati siano portatori di interessi (quasi sempre) legittimi, sta però all'amministrazione pubblica avere una sua visione generale, capire se quella è una cosa che abbia un senso, che risponda all’interesse generale. Anche in questo caso, il sindaco attuale dice: ma io non ho mai parlato di queste cose, non le hanno presentate a me. Cioè, la tecnica è di far uscire i privati, vedere come si svolge il gioco e poi, eventualmente, rientrare… Per questo inviterei ad usare una maggiore cautela anche a qualche amico precipitoso di dimostrasi ‘sensibile’.
Anche pochi giorni fa, sulla questione del cosiddetto 'lago di Padova' (l'area davanti all'Ikea), un illustre professore, afferma: siccome c'è questo problema della formazione del lago, è nell'interesse della città trovare un accordo, perché così si risana un’area degradata… Io non ho dubbi che sarebbe bene che quella cosa venisse risanata, però c'è un grosso problema: quella buca si è creata quasi certamente per una cattiva valutazione o per mala gestione da parte dei privati che avevano acquistato l’area dal Comune. Ricordo, a tal proposito, come fossero state previste dieci medie strutture di vendita, poi limitate a cinque a seguito di decisioni della nostra amministrazione. Ora scopriamo che “l'interesse pubblico” sarebbe quello di far prosciugare il lago, immagino “andando incontro” ai privati che hanno interesse ad agire. E come? Credo di non andare molto lontano dal vero se penso che qualcuno proporrà di raddoppiare le strutture di vendita previste, in modo tale da garantire l’interesse degli investitori. E allora “l’interesse pubblico” in che cosa consisterebbe?
Io credo che scelte come queste debbano essere discusse pubblicamente, mettendo sul tappeto gli interessi in gioco: chi detta le condizioni a chi, domandandoci se l’amministrazione pubblica è solo un ‘passacarte’ di interessi più o meno forti o debba essere il contrario.
Purtroppo, quello a cui stiamo assistendo mi crea problemi soprattutto come cittadino, visto che non ho più nessun ruolo avendo abbandonato anche il Consiglio comunale, perché da cittadino sento il dovere di tornare a ragionare su queste questioni, perché sono le questioni che attengono al futuro della nostra città, al modo in cui si svolgeranno le sue relazioni interne nel prossimo futuro e al modo in cui crescerà e si muoverà.

9. Il nuovo polo per la ricerca,l’innovazione e generatore di sviluppo
L'ospedale non è solamente una questione che ci riguarda perché attiene principalmente alla nostra salute. Proprio perché abbiamo sempre pensato alla forza straordinaria della nostra Università, della sua ex-Facoltà (ora Scuola) di Medicina, al peso e al prestigio della scuola medica e della sua ricerca, pensavamo dovesse diventare un polo che genera ricerca, che produce innovazione in grado di generare un ambiente su misura per la crescita di imprese dedite alla ricerca e allo sviluppo connesso alla salute. Dunque, ad essere interessati non sono soltanto i pazienti potenziali o i 2-3.000 dipendenti impiegati, dobbiamo immaginarlo come un motore generativo di nuova economia, anche e soprattutto per il futuro. Per questo non può essere rinchiuso in una riserva ‘chiusa’, recintata, limitata già all’atto della nascita.
A tale riguardo, tornando ancora a Padova est, oltre agli aspetti di cui parlava l'avvocato Dal Prà, la cosa che mi dispiace e che mi preoccupa maggiormente, è che quell'area non ha la superficie che è stata dichiarata essere necessaria per poter svolgere quella funzione. Agli atti risulta evidente come, per considerare idonea quell’area, hanno dovuto inserire nella superficie complessiva il parcheggio del Palasport, tutte le strutture viarie, quelle già fatte e quelle da realizzare, senza contare che hanno pensato di conteggiare anche l’area dell’ESU. Insomma, hanno fatto i salti mortali per giustificare il non giustificabile e per ritrovarsi ingabbiati dentro ad una camicia di forza.
In conclusione: qual è la preoccupazione che ho personalmente? È che si sta andando verso una scelta simile a quella del Giustinianeo del 1950, una riedizione che potremmo rimpiangere non fra cinquant’anni, ma probabilmente molto prima.
Allora, io mi rendo conto che di fronte a problemi resi volutamente complessi e non leggibili i cittadini dicano: Basta, con questa storia dell'ospedale a est o a ovest, trovate un buco, mettetelo da qualche parte! Perché, alla fine, sembra un gioco che riguarda semplicemente due attori, i soliti politicanti, che si fanno un dispetto. Capisco dunque che, dato il notevole livello di tecnicismo e anche gli aspetti molto politici, uno potrebbe arrivare a dire: non mi interessa, fate quello che volete!

10. Agire con un pensiero critico
Spero comunque di essere riuscito a tradurre abbastanza in modo semplice cosa si muove, perché si tratta di una scelta importante e credo - e lo dico anche per una forza politica, come in questo caso il centro sinistra, e anche per il mio partito, il PD, a cui voglio bene - che non possiamo rinunciare ad avere un pensiero critico, che dobbiamo costruire una forza capace di evitare quello che sta succedendo oggi, la stasi che si sta producendo, quella paralisi nascosta dietro alle dichiarazioni trionfalistiche: Oggi chiudiamo, oggi partiamo, oggi metteremo la prima pietra…! Sappiamo che sono tutte cose sentite decine di volte, e fanno il paio con quelle dei campi Rom: Li chiudo entro luglio... li chiudo entro settembre... li chiudo entro dicembre..!. E ogni anno la solita sceneggiata.
Credo che chi ha a cuore l'interesse di questa città, soprattutto in un momento difficile come quello che stiamo vivendo anche dal punto di vista economico, non possa rinunciare ad un pensiero critico, anche osservando quello che sta accadendo in altre città proprio sul tema della sanità, città che stanno correndo infinitamente più veloci di noi. Penso ci sia la necessità, e l’urgenza, che il centro sinistra ritrovi un pensiero e una capacità di iniziativa politica. E per iniziativa, intendo confronto con i cittadini anche sulle materie complicate, magari con strumenti di consultazione che si riterrà di mettere in campo, perché non possiamo pensare che il nostro futuro venga congelato dentro una prospettiva così angusta.
Perciò, anche occasioni come quella di oggi servono moltissimo (per ora non mi soffermo su tanti altri aspetti perché rischiamo di entrare nel tecnicismo eccessivo ed esasperato), dobbiamo incominciare, a due anni dalle elezioni dell’amministrazione attuale, a riprendere in mano i tanti tasselli del mosaico: dal nuovo ospedale alle scelte della viabilità che avevamo progettato; come ad esempio il Tram: è ancora, questa, una scelta che ha senso, oppure no, soprattuto alla luce dell’inquinamento atmosferico che sta interessando mezza Italia? Guardate i dibattiti che si stanno svolgendo a Milano in vista delle elezioni, quelli a Roma e in altre città: le scelte e gli orientamenti diffusi, tanto a destra che a sinistra, vanno nella direzione del potenziamento del trasporto pubblico su sede propria, l’unico in grado di spostare in modo efficiente grandi masse di persone.
Noi, che stavamo facendo passi da gigante, ci siamo trovati di fronte ad una arcaica inversione di tendenza. Ha senso riprenderla in mano, e in che termini? Non tanto per riproporre le cose che avevamo immaginato allora, ma ripensandole, riprendere un dialogo con la città, trovare nuove chiavi di lettura, perché solo in questo modo noi faremo un servizio utile, che è poi quello che ci viene richiesto e che è la funzione primaria dei partiti, che è la funzione della società civile organizzata.
Il tutto in vista di riprendere questa città fra tre anni.
Ma questo sarà possibile solo se sapremo leggere e interpretare i bisogni, capire quello che sta accedendo, come si svolge il gioco degli interessi e soprattutto come noi possiamo lavorare per ottenere il consenso attorno alle nostre proposte. Dobbiamo costruire, anche attorno alle questioni complicate, dei punti di vista in grado generare consenso, mostrando e facendo capire dove stanno gli interessi pubblici e dove quelli privati.
Avere un ospedale qualificato non è soltanto un interesse nostro, personale, l’orgoglio di avere una buona sanità, funzionante, ma è ragionare sulla prospettiva di farlo diventare il polo veneto del sistema.
Oggi invece stiamo vedendo che i due poli che stanno crescendo sono Verona da una parte, e Treviso dall’altra e assistiamo ad una inesorabile dismissione di Padova. Ci limitiamo dunque a svolgere il compitino degli spettatori educati, oppure vogliamo immaginare altri modi per fermare il declino?
Per questa ragione io penso che servano incontri come quello di oggi, perché ci aiutano a riflettere. E se domani il centro sinistra, e un po' tutti i partiti, torneranno a ragionare su questo, qualche passo avanti riusciremo a farlo.
Grazie


In risposta al dibattito: Provo a rispondere alle questioni sollevate da Vito. Dice: Abito a San Lazzaro e sono stufo di vivere in una condizione in cui mi si cambiano le carte in gioco continuamente e alla fine mi ritrovo che  anche il centro sinistra sembra non avere una proposta.
Io penso che quello che sta accadendo sia figlio dell'assenza di una proposta seria e vera. Si procede a casaccio in attesa di sollecitazioni esterne, senza una visione di medio e lungo periodo. Si pensa che si faccia più in fretta a smontare le proposte di chi veniva prima, salvo poi impantanarsi. Ci si appella ad una vanagloriosa coerenza destruens. Ma non è sempre stato così.
Vi faccio un esempio per dire dello stile e della sostanza diversi. Voi sapete che Zanonato aveva avviato la procedura per realizzare il nuovo tram nel 1999, gara completata che consisteva nell’atto finale di aprire le buste, e pensava di chiudere la procedura dopo la vittoria elettorale. Vince invece Giustina Destro e manda tutto gambe all’aria: si riparte alla ricerca di un Tram diverso, solo per dire che non era la stessa cosa. Si perdono in questo modo anni, immersi in un pantano fatto di Tram con il volante e quindi libero di superare le auto in sosta, che poteva dunque uscire dalla rotaia, e via con la fantasia fino all’inaugurazione pre elettorale di un Tram che non funzionava. Arriviamo noi: se fossimo rimasti all’interno della logica che chi arriva dopo cambia tutto, oggi non avremmo un Tram e saremmo dentro un mare di contenziosi. È una logica che non ci appartiene, che non abbiamo mai condiviso, perciò abbiamo fatto una scelta diversa: abbiamo deciso, pur con tutte le difficoltà e sapendo che non era il Tram che avremmo voluto noi, e pur conoscendone i grossi limiti abbiamo deciso di andare avanti. Comunque.


11. Il sensale come modello dell’amministrare
Io credo che esista una memoria della città, un livello di responsabilità verso le scelte che non possono essere messe in discussione ogni volta, pena il ritornare indietro. E quando torni indietro, in realtà ti fermi, ti paralizzi, ti blocchi. Quello che sta accadendo ora è proprio una discontinuità disordinata, apparentemente casuale, in realtà guidata - mi viene da dire, ripensando a quello che vi dicevo prima - suggerita dagli interessi, con l’attore pubblico nel ruolo di ‘sensale’ privo di una visione dell'amministrazione pubblica e degli interessi generali.
Ad esempio, l'Arco di Giano è un progetto che non appartiene a noi soltanto, appartiene alla città. Lo vuoi completare? Hai messo le risorse per poterlo fare?
Quando leggo in questi giorni della 'piastra' sopra la stazione... È una storia che aveva raccontato già Giustina Destro nell'epoca 'allegra' delle Ferrovie dello Stato, quando i soldi sembravano crescere sotto la verzura. In pratica, si tratterebbe della copertura dei binari ferroviari con una piastra commerciale perché, viene detto dal sindaco attuale, bisogna riconnettere la città con l’Arcella… Ci si dimentica che nessun serio amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato mai butterà i soldi per un’opera che ha solo un valore immobiliare per chi la costruisce, senza contare che risulterebbe inutile in quanto in questi dieci anni abbiamo realizzato ben due ponti per riconnettere la città all’Arcella: il Sarpi-Dalmazia e il ponte Unità d’Italia. Inoltre è già previsto il nuovo cavalcavia Borgomagno che andrà a sostituire quello di oggi. Il progetto esiste già, lo avevamo commissionato quando abbiamo realizzato la nuova rampa per il Tram verso l’Arcella. Quando si farà?, quando arriverà l'Alta velocità, che si spera possa partire quanto prima. Ovviamente la stazione dell’Alta velocità sarà l’attuale stazione centrale, lato nord, e non già l’assurda ipotesi di San Lazzaro su cui hanno fantasticato Zaia e soci buttando un po’ di soldi. Tutto questo per dire che il collegamento con l’Arcella esiste già.
Ma si fanno chiacchiere inutili, si sperperano denari pubblici per fare progetti che assolutamente non servono, senza avere una prospettiva. Tanto per dire, l’incoerenza..

12. La città non deve ripartire ogni volta da zero
Io penso che chi è ora all'opposizione temporanea e ha l'aspirazione del governo debba costruire una propria visione della città, sapendo che la città non ricomincia ogni volta da zero. Questa opzione sta producendo disastri. Il centro sinistra, senza essere vittima del passato, dovrebbe sapere che esiste una memoria e un pensiero che si sono sedimentati, che vanno aggiornati. Se serve, cambiati. Ma farebbe un grande errore se immaginasse di ripartire da zero, come dovranno fare i siriani con la città bombardata di Oms. Abbiamo bisogno, pur dentro le contraddizioni del presente, di iniziare a costruire un racconto, una narrazione i cui protagonisti dovranno essere i cittadini e la domanda di futuro.
Non siamo, come talvolta anche noi rischiamo di raccontarci per soddisfare dinamiche interne, un centro sinistra estraneo alla città, che non ha mai governato. Ha governato invece - con alterne fortune - per quasi vent'anni, abbiamo sviluppato un pensiero. Siamo stati capaci di interpretare gli interessi, anche se abbiamo subito una battuta d’arresto nell’ultima tornata elettorale.
Abbiamo necessità di parlare anche delle questioni scomode, perché mi rendo conto che c'è stata una rinuncia a parlare di nuovo ospedale perché, come dicevo prima, è un tema poco popolare, dove la gente dice: Basta, mi sono rotta le scatole di questo est e ovest…! E poi c'è un altro pregiudizio di fondo che mi sento dire: In fondo è tutta una faccenda che riguarda voi che fate politica e siccome è un'operazione da centinaia milioni di euro, è chiaro che interessa ai politici perché così ci ‘mangiano’. Si sente qualunquisticamente dire: Ci mangiate tutti, quindi lo scontro è soltanto su questo...!
Allora, se abbiamo la coscienza a posto, come ce l’abbiamo, dobbiamo avere la capacità di fare battaglie di civiltà. Dobbiamo parlare il linguaggio della verità. Non dobbiamo avere paura delle battaglie giuste.
La cosa che citavo prima di sfuggita, cioè quella sull’invenzione dell'acquitrino di Padova ovest, che è entrata dentro anche alle cronache giudiziarie di questi giorni, ci dice che c'era un disegno, ci dice che sono stati fatti fare pareri per spingere l’opinione pubblica in questa direzione. Ci dice, e potrei entrare nel dettagli, che gli interventi di bonifica caricati come costo sull’area in realtà riguardavano tutte le aree interessate della città. Si è messa in moto un’operazione di mistificazione, di bugie, in cui in troppi si sono girati dall’altra parte. Ricordo ancora la frase di un importante dirigente che, riferendosi alla presunta necessità di bonifica, mi disse: ’Sai, mi hanno detto di mettere dentro tutte le opere necessarie al nodo idraulico di Padova'. Rilette anche alla luce del dibattimento in corso, quelle frasi assumono un altro significato. Come sapevamo fin da allora, per poter smontare la scelta fatta dovevano dimostrare che costasse tantissimo. In realtà, con la realizzazione dello scolmatore Limenella-Fossetta oramai completato, e su cui ci siamo impegnati finanziariamente come Comune con l’obiettivo di mettere in sicurezza idraulica la zona di Montà e indirettamente anche dell’Arcella, il problema dell’acquitrino, e anche del suo racconto, può dirsi risolto. Potrei continuare soffermandomi sul valore d’esproprio delle aree ad ovest, e della differenza con i valori dichiarati all’atto dell’acquisto, ma sarà occasione per un’altra puntata. Io penso che noi dobbiamo incominciare a riannodare le fila: sulle grandi questioni, sui temi che riguardano il futuro dobbiamo essere in grado di costruire un’interpretazione, un racconto della città che vogliamo e su come evitare il declino verso cui rischiamo di andare.

13. Il declino da combattere
Si tratta di un dibattito (quello sul declino) che in questo momento si sta facendo in tutte le città italiane. Lo stanno facendo anche a Roma e in altre parti (a Milano, no). C’è dunque dentro a questo tema una dimensione strumentale figlia delle elezioni, per questo penso debba essere usato con cautela. Ma il declino che stiamo vivendo è quello costruito a partire dalla contraddittorietà dei messaggi, dalla dissipazione delle relazioni tra le diverse istituzioni, dall’apparire al resto d’Italia una città chiusa e bigotta. Altro che città universitaria aperta ai giovani e all’innovazione! La nostra sembra una città in cui l’amministrazione litiga con tutti… Guardiamo che cosa sta accadendo attorno alla Fiera, dove anziché affrontare i problemi si favoleggia di gestione in-house e commissioni di inchiesta. Inchiesta su che cosa?
Ai problemi che si presentano, prodotto di un mondo in continua evoluzione, l’amministrazione ha il dovere delle soluzioni, di indicare le strade nuove, di creare sintesi mettendo in campo proposte.
Invece da due anni a questa parte il mantra sembra diventato: la colpa è di quegli altri che venti anni fa hanno fatto quella cosa là…! A chi volete che interessi quello che è successo dieci o vent'anni fa, dove c'erano condizioni di contesto completamente diverse e i fatti venivano letti in un altro modo!
Nel frattempo, dopo due anni di chiacchiere, la città è quella che abbiamo lasciato noi. Non si sono viste opere significative. Una città che funziona, nonostante i suoi detrattori che oggi l’amministrano.

Per concludere, abbiamo il dovere di ri-focalizzare quanto sta avvenendo, bisogna riprendere pazientemente in mano l'analisi, studiare, entrare anche in modo forte sulle questioni. Questo vale anche per chi sta in Consiglio comunale e che ci rappresenta, che deve far sentire la propria voce, e non soltanto, come purtroppo accade, reagire alle provocazioni del sindaco, bravissimo nel provocare conoscendone in anticipo le reazioni, come quando manda le guardie davanti alle cucine popolari o compie azioni contro quelli che in modo spregiativo definisce ‘clandestini’.
Su queste questioni, dove volutamente lui parla alla pancia dei cittadini, dobbiamo riuscire a parlare anche noi con le persone, cercando però nuove chiavi interpretative e non solo quelle difensive: la differenza la faremo quando saremo in grado di costruire un’agenda diversa, un’agenda che sappia parlare al cuore e alla testa dei nostri concittadini, perché solo così riusciremo a riconquistare questa città, oggi così tristemente disorientata e passiva.

Ivo Rossi

UNITÀ.TV