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Basta decidere per le periferie

Postato in Opinioni in Libertà

Sia Camon sia Jori nella loro lettura critica del risultato del PD in Veneto sottolineano la mancata comprensione della questione federalista da parte del gruppo dirigente nazionale. L’uno parla di partito romano, l’altro di necessario ritorno al territorio. Proverò a declinare meglio questa corretta chiave di lettura. Innanzitutto a partire dal profilo della classe politica. Sui 22 eletti del PD in Veneto 8, ovvero il 36% , appartengono alla quota nazionale. Sarebbero i cosiddetti paracadutati. Una vera follia politica. Dispiace dirlo ma, pur con tutta la stima per Morando e la Garavaglia, bisogna essere dei marziani per pensare di attribuire loro il ruolo di capolista, ovvero di massimi rappresentanti del nostro territorio e pensare pure di prendere voti. Se inVeneto uno candida Bitonci, l’altro il vicesindaco di Roma non c’è partita. Nelle candidature del PD sono mancate le leadership territoriali riconosciute. La Lega raccoglie il consenso territoriale e lo esprime tramite i suoi sindaci, i suoi amministratori. Nel PD si è assistito invece ad una colonizzazione della periferia veneta: la pattuglia degli esterni è come il fisco: prende i voti e non restituisce politica. Va detto chiaro: per fare il federalismo fiscale, ineludibile, devi avere il federalismo politico, ovvero una classe politica espressione delle comunità locali. Il vero dramma è che nella cultura politica del centrosinistra l’asse centro/periferia non è mai stato considerato luogo fondante la partecipazione e la legittimazione politica. La prevalenza è sempre stata assegnata ad altre linee di frattura: dall’asse centro/sinistra, al conflitto tra capitale e lavoro. Quanto poi alla forma partito sono prevalsi i vecchi schemi: il centro ha deciso per le periferie, con innesti poco virtuosi di classe politica a-territoriale. Per chiarezza dirò che ritengo simbolicamente utile la candidatura di Calearo; era un segnale al mondo dell’impresa veneta. Ma per tradurre i segnali ed i simboli in politica ci vuole tempo: la fiducia in politica è un bene scarso e difficile da acquisire. Però ci voleva più coraggio. Invece di discettare di primarie per la selezione dei candidati andava detto con forza che quella lista era territorialmente dis-rappresentativa.  Non c’è più politica senza territorio; finchè le ideologie regnavano il territorio poteva essere residuale. Ora no. Perché è nei territori che oggi si vivono le grandi tensioni, le grandi paure, le grandi insicurezze. Il politologo Feltrin insiste poi sulla difficoltà di far votare agli italiani un leader, Veltroni, che per quanto bravo è comunque figlio della miglior tradizione comunista. Ma soprattutto nega l’assunto su cui poggia lo stessa identità del PD: mettere assieme, tra l’altro, ex comunisti ed ex democristiani. Per lui le vecchie culture politiche sono come il vischio. Ne consegue che è inutile pensare ad un PD veneto federato e che si debba creare un soggetto politico inedito. Diversamente da lui credo che la risposta politica sia quella di creare un PD del Veneto confederato: sì confederato. Senza fare la guerra di secessione ma dicendo al gruppo dirigente romano che un partito nasce dall’aggregazione di leadership territoriale, e che le oligarchie centralistiche sono le ultime scorie ideologiche del Novecento. Che senso avrebbe realizzare  il senato federale se poi i partiti veramente federali non sono. La riforma dell’assetto istituzionale insomma si dovrà riverberare sui modelli di partito. E poi va detto con chiarezza: non si possono candidare le segretarie, i portavoce, i funzionari. Così si uccide la politica e si genera l’antipolitica. Anche le sconfitte servono, solo però se si ha il coraggio di riflettere con coraggio sulle cause; da qui si deve ripartire.

 

Andrea Colasio

UNITÀ.TV