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tRAVAGLIO NEL pd: «Noi all'opposizione oppure referendum tra tutti gli iscritti Pd»

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Mattino di Padova 8 Marzo 2018 - «Tertium nullum consilium esse». Così, senza la possibilità di una terza soluzione, il padovano Tito Livio racconta la situazione dell'esercito romano nella battaglia contro i Sanniti alle Forche Caudine: la morte o l'umiliazione. Non che la condizione del Pd dopo le elezioni di domenica scorsa sia così tragica. Ma le alternative in campo non sono poi molte: all'opposizione o al governo in un'inedita alleanza con il Movimento Cinque Stelle. Un'ipotesi quest'ultima che raccoglie dai dirigenti padovani del partito un secco no. E così, parrebbe, anche dalla base. Tanto che il segretario provinciale Vittorio Ivis è pronto a sfidare anche i vertici nazionali: «Il voto ha dato al Pd un naturale ruolo di opposizione in questa legislatura - sottolinea - Ma voglio essere chiaro, perché abbiamo già vissuto fasi come questa e sappiamo che gli scenari possono mutare rapidamente. Se accadesse, per qualsiasi ragione, che gli organismi nazionali riflettessero su un'ipotesi di un nostro protagonismo istituzionale, in qualsiasi forma, allora penso che sarebbe sano e necessario chiedere l'opinione della nostra base e degli iscritti, come sperimentato anche in Germania e come previsto nel nostro statuto». Insomma, se la grosse koalition in salsa pentastellata dovesse davvero prendere forma, servirebbe un passaggio di partecipazione. Anche il segretario cittadino Davide Tramarin è sulla stessa linea: «Un'alleanza con il M5S sarebbe un abbraccio mortale, potrebbe segnare la fine del Pd», spiega. Che fare allora? «Penso che Renzi debba lasciare lo spazio a un dibattito aperto nel partito, anche perché c'è una classe dirigente nel partito che può andare anche oltre il renzismo».L'unico parlamentare padovano sopravvissuto allo tsunami delle urne,Alessandro Zan, non fa sconti: «I vincitori delle elezioni sono Lega e Cinque Stelle. Non spetta a noi fare il governo, altrimenti tradiremmo i nostri elettori che ci hanno votato proprio perché sono lontani dal populismo pentastellato e dall'estremismo del Carroccio - commenta - E poi non mi pare ci siano possibili convergenze programmatiche: noi siamo per una nuova Europa dei diritti e delle opportunità, e non facciamo promesse, come il reddito di cittadinanza, che non sono sostenibili». Sull'ipotesi di un governo a Cinque Stelle anche la minoranza orlandiana ha espresso contrarietà, ma con una lettura maliziosa: «Renzi ha inventato questa fake news decidendo anche la posizione della minoranza - sottolinea Vanessa Camani, che ha mancato la rielezione alla Camera proprio per la débâcle del partito - Noi non vogliamo fare né un governo con M5S, né con la Lega e neppure con Forza Italia: sono tutti alternativi al nostro programma. Renzi chiarisca che il nostro no è anche a Berlusconi». Non sono piaciute, agli orlandiani, le "dimissioni sospese": «Una farsa - prosegue Camani - Sembra la stessa scena del 4 dicembre. Non servono gli atteggiamenti tattici, ma un percorso di seria analisi e rilancio del partito. E va invertito il percorso di destrutturazione del partito: oggi i circoli non decidono più nulla, la linea politica la decide il segretario nazionale».Dall'altra parte anche Claudio Sinigaglia, espressione dei cattodem, rimprovera la mancanza di partecipazione: «Ci servono sedi in cui prendere decisioni - sottolinea - Ma non è vero che non c'è radicamento territoriale: la rete c'è, si tratta di rivitalizzarla e dargli una forma moderna». Anche Sinigaglia boccia l'accordo con i pentastellati: «Non c'è compatibilità programmatica - spiega - Non dobbiamo sembrare il partito delle poltrone a tutti i costi». Chiudiamo con la saggezza di Paolo Giaretta, ex sindaco e già senatore, che ne ha viste tante nei palazzi romani: «Il Pd deve rifondarsi. E non può che farlo dall'opposizione - spiega - Bisogna ripartire dai contenuti culturali programmatici». E Renzi? «Non mi sono piaciute le parole di disprezzo per i "caminetti", che nella miglior tradizione della Dc e anche del Pci non era la casta che si riuniva ma i migliori rappresentanti del popolo. Renzi è stato un ottimo premier ma il suo disegno di riforme per il Paese non è riuscito. Ma dopo una sconfitta così grave bisogna andarsene senza subordinate. Si fa una lettera e si va a casa. E il partito troverà la sua strada».

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