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BETTIN: «Per il voto serve unità sui valori. Poi ragioneremo sul partito»

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Mattino di Padova 16 febbraio 2015 - «Questa guerra per bande non è utile al partito. E neanche la contrapposizione giovani-vecchi. Tutte le intelligenze sono necessarie al Pd». Rompe il silenzio, Massimo Bettin. Il segretario provinciale dei dem chiede «buon senso» per fermare le contrapposizioni aperta dal progetto del nuovo stadio Euganeo, proposto dal Calcio Padova, e sull’idea della giunta di portare invece il pallone al Plebiscito, in Arcella. Segretario, una vicenda che nel Pd ha scatenato il “tutti contro tutti”. Fino all’accusa di essere stati superati a sinistra da Forza Italia. «Basiamoci sul dato storico: mai una giunta di centrosinistra ha consentito la nascita di un grande polo commerciale nell’area dell’Euganeo. Ma c’è un punto più importante: abbiamo avuto la schiena dritta davanti alle avances di potenti lobby economiche. Mentre il fatto che Bitonci oggi tenti di prendere le distanze da un progetto che aveva ispirato, non può impedirci di sbugiardarlo.Le divisioni del Pd ci hanno fatto sprecare un’opportunità». Ma il Pd non rischia di passare come il partito del no? «È come dire il partito del sì o del forse. Di fronte alla sfida violenta, sia politica che culturale, che ci lancia Bitonci abbiamo il dovere, me compreso, di fare proposte ma anche di squadernare interessi poco chiari». La si accusa di guardare troppo a una giunta che però è stata bocciata dagli elettori padovani. «Guardiamo avanti. Ma se mi si chiede se ritengo utile o meno contare sul contributo di chi ha battuto la destra tre volte e lavorato per vent’anni sulla città, mi si fa una domanda retorica. Rispondo: assolutamente sì». Molte delle battaglie fatte dal Pd in questi mesi hanno raccolto più critiche che consensi in una parte del partito: i mendicanti, i barboni, e persino la Fiera delle Parole... «È impossibile pensare di battere una Lega così becera e generare quella reazione necessaria anche nella nostra base di elettori senza riaffermare fortemente i nostri valori. L’attenzione per gli ultimi, la qualità della democrazia, la difesa dei valori costituzionali, una gestione lungimirante e non razzista del fenomeno migratorio: non è solo quello per cui la nostra gente ci chiede di batterci, è un nostro preciso dovere». In epoca renziana non le pare di essere un po’ troppo di sinistra? «È come dire che ho gli occhi azzurri. Non è nella mia possibilità farli diventare marroni». Ma il Pd è un po’ più arcobaleno... «Non ho mai smesso di sostenere l’attività del governo e non ho mai tradito il mandato unitario che mi è stato chiesto. E chi me l’ha chiesto conosceva la mia storia». Le dimissioni di Vanessa Camani e altri segnali mostrano che alcuni gruppi stanno prendendo una certa distanza dalla sua segreteria. Si sente messo in discussione? «Forse molti scambiano la mia inclinazione per la mediazione come equilibrismo per difendere la posizione. Non è così. Ora dobbiamo avere la testa sui comuni al voto per le amministrative. Serve fermare il progetto egemonico leghista. Dopo si vede, se le onde saranno troppo mosse da tattica o divergenze si può anche riportare la nave al porto, si vedrà. Deciderò solo in base a cosa è meglio per il partito». Tutta questa agitazione è forse perché le elezioni politiche si avvicinano? «Voglio sgomberare il campo da ambiguità. Le politiche non sono una partita che mi vedrà protagonista: non sarò candidato. Siamo in una fase in cui questo partito è un corpo fragile: meno finanziamenti, un meccanismo di affiliazione che non implica l’iscrizione, un cambio di organizzazione. Ecco perché ho chiesto la responsabilità di tutti. Ognuno è chiamato a essere parte della soluzione, non certo parte del problema». Cosa vuole evitare? «Una guerra per bande di comitati elettorali in perenne tensione tra loro. Sarebbe la fine del Pd. Serve riscoprirsi partito inteso come comunità. Aver cura della barca di cui si è passeggeri, ancora prima che di se stessi». Molti guardano a un congresso del Pd da cui esca il prossimo candidato sindaco. «I congressi servono a discutere idee e visioni, non a far emergere candidati. Piuttosto abbiamo bisogno di quello che è esterno al Pd come dell’aria: mondi economici, intellettuali, culturali e giovanili». Si ricandiderà segretario? «Non esistono gli uomini per tutte le stagioni. Vengo da una lunga corsa, potrei anche aver voglia di fare altro». Perché il Pd non riesce più a parlare ai padovani? «Io chiedo unità e rispetto. Siamo chiamati a far avanzare la città non a farci le scarpe. Ci sono battaglie in cui la città ha messo passione e cuore, costringendo Bitonci a rapidi dietrofront. Dipende da noi. Un coro polifonico è meglio di un assolo. Dobbiamo fare e non dirci che bisognerebbe fare. Abbiamo tutte le possibilità per vincere».

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