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ANTONIO MATTIAZZO, VESCOVO E UOMO

on . Postato in Rassegna Stampa

Difficile pensare il nostro vescovo ‘collocato a riposo’: una formalità anagrafica smentita dalla vitalità e dalla freschezza intellettuale e morale che ancora lo contraddistinguono. Sappiamo già che non sarà così e che continueranno, in altro modo e in altri luoghi, il suo impegno e le sue inerpicate. Per questo il ricordo di questi anni è un arrivederci in altri “abiti” e nuove missioni. L’ho incontrato per la prima volta nel suo studio in Vescovado nel 1990, assieme al compianto Giulio Bresciani Alvarez. Il mondo stava cambiando: era appena caduto il muro di Berlino e la tutela del “creato”, che per noi laici esplodeva come grande questione ambientale, muoveva i suoi primi passi nelle istituzioni. Mi incuriosiva quel vescovo venuto dal sud della nostra provincia, ma che aveva fatto dei “sud” del mondo la sua dimensione pastorale. Sembrava essere venuto nella nostra città portando un approccio missionario, portatore di un messaggio e di uno stile che obbligavano la politica e tutta la comunità, non solo quella cattolica, a fare i conti con la coerenza delle parole con le opere. Mi è sempre piaciuto il suo linguaggio schietto, diretto, che parla a tutti, così lontano da dimensioni auliche o allusive che appartenevano a stagioni precedenti. Portava, e ha continuato a portare, nel suo bagaglio una sensibilità verso gli ultimi che, in quegli anni di tumultuosa crescita economica, rischiava di scomparire dai nostri occhi. I poveri sono stati al centro della sua missione pastorale e dei suoi richiami all’accoglienza. Le cucine popolari esempio di servizio. Non so se anche il nome Antonio fosse profetico, quasi contenesse la radice del suo impegno, interpretazione dello spirito della città. Negli anni del suo impegno pastorale non è stato però solo una guida spirituale portatrice di parola. E’ stato un costruttore di opere vòlte a rendere vero l’impegno solidale. La convinzione che la più grande forma di carità sia quella che garantisce all’uomo la piena dignità attraverso il lavoro lo ha portato a usare tutta la sua forza morale per rendere possibile la creazione del Fondo di Solidarietà. Ancora oggi, se anzichè un umiliante sussidio (magari chiamato reddito di cittadinanza), le nostre istituzioni cittadine continuano a erogare opportunità di lavoro e di reddito vero, sudato, sia pur piccolo, per i servizi prestati: questo esempio di welfare generativo lo dobbiamo a lui, alla sua pastorale del lavoro. Non possiamo dire sia stata una persona facile, anzi potremmo dire sia stato spesso scomodo, segno di “contraddizione” con quei suoi richiami - talvolta ruvidi - a cambiare stili di vita, alla sobrietà, a un approccio etico all’impresa, all’impegno verso i poveri. Tutti noi ricordiamo i suoi incontri con la città in occasione della Madonna dei Noli. Il giorno prima tutti a chiederci: cosa ci dirà quest’anno, quale sarà il richiamo che farà alla politica, quale il rimprovero? Con la sua presenza la politica, anche se lui non ha mai guardato alle bandiere, ha sempre dovuto fare i conti. L’ha dovuto fare anche nel periodo buio di tangentopoli quando la caduta di valori e di credibilità è stata totale. I suoi richiami sono stati volti sempre verso l’impegno, l’assunzione di responsabilità, mai alla fuga qualunquistica. Non è stato solo un testimone del tempo che viviamo. Ne è stato interprete, da protagonista che fa i conti con le contraddizioni della vita e della sua dimensione pubblica, sempre coltivando le speranze migliori di una comunità spesso divisa da chiusure egoistiche. Da parte mia serbo come qualcosa di prezioso la telefonata ricevuta lo scorso anno, il giorno dopo l’amara sconfitta elettorale, in cui, venuto meno il ruolo, ho sentito un uomo che parlava ad un altro uomo. Quelle parole, nel momento in cui la caduta è più profonda e dolorosa, rappresentano un viatico che porto con me e che mi porta, sono certo, anche a nome di tanti altri, a dire: grazie, Antonio.

 
Ivo Rossi

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