La legge bavaglio uccide l’informazione e impedisce le indagini

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Rassegna Stampa

di Alessandro Naccarato deputato Pd
Da mesi gli organi d’informazione denunciano i nefasti effetti della «legge Bavaglio» varata dal Senato.
 Un allarme giustificato per un provvedimento che lede la libertà d’informazione sancita dalla Costituzione. Una protesta che ha avuto il merito di dare ampio risalto al pericolo di black-out delle notizie «scomode». Ma le insidie del disegno di legge travalicano il pericolo di silenzio stampa sulle vicende giudiziarie che, proprio in questi giorni, stanno portando alla luce i pericolosi rapporti tra criminalità organizzata e parti del centrodestra.
 Il provvedimento non disciplina solo la pubblicazione delle intercettazioni ma -fatto ben più grave- priva magistrati e Forze dell’ordine di fondamentali strumenti d’indagine. Da questo punto di vista appare paradossale che il Governo predichi il rigore sulla sicurezza e allo stesso tempo indebolisca il lavoro di chi contrasta il crimine. Per comprendere bene la questione bisogna entrare nel merito del testo approvato al Senato. Solo così si può constatare che la legge limita, prima di tutto, l’acquisizione delle prove processuali: per i presupposti che prevede e nella durata.
 Limita, e gravemente, per esempio, la possibilità di ricorrere alle intercettazioni ambientali, che saranno permesse solo per tre giorni e soltanto nei luoghi pubblici o aperti al pubblico per i reati comuni. La chiacchierata tra Omar ed Erika, che consentì di individuarli come autori degli omicidi di Novi Ligure, non sarebbe più captabile; così come non sarebbe registrabile ciò che si dicono due pregiudicati nella cella di un carcere. Inoltre, per intercettare, il giudice deve prevedere che ci saranno elementi fondamentali per l’accertamento del reato. Ogni intercettazione dovrà essere autorizzata da un collegio di tre giudici.
  Per ogni singola utenza il Pm sarà obbligato a trasmettere (dal 75 giorno in poi e fin dall’inizio per le intercettazioni ambientali) ogni tre giorni tutti gli atti dell’indagine al tribunale del capoluogo di distretto. Chiunque conosca lo stato degli uffici giudiziari italiani, oberati dagli arretrati e privi di fondi, risorse e mezzi, si rende conto che tale obbligo provocherà la paralisi totale dell’azione inquirente. Senza contare che la continua duplicazione e il trasloco di decine di faldoni da una Procura all’altra moltiplicherà il rischio di fughe di notizie.
 Non solo.
 La «legge Bavaglio» impedisce ai magistrati di utilizzare i dati acquisiti con le intercettazioni in altri processi. Se durante le indagini emergono le prove di crimini diversi da quelli per i quali è stata autorizzata l’intercettazione, queste non potranno essere considerate. Ad esempio, se gli inquirenti sospettano che due criminali progettano un rapimento e poi si viene a scoprire che in realtà si tratta «solo» di una rapina, il magistrato deve limitarsi a raccogliere gli elementi probatori del reato per cui sono stati disposti i controlli telefonici. A questo si aggiunge il divieto di mettere sotto controllo il traffico transitato attraverso le celle telefoniche.
 Pratica risultata fondamentale nel recente caso del neonato rapito all’ospedale di Nocera, in Campania, dove la colpevole è stata scoperta analizzando le chiamate in arrivo e partenza dal policlinico. Il divieto viene esteso anche per i reati di mafia e terrorismo. Dunque, nel caso di un attentato gli inquirenti non potranno analizzare le telefonate transitate nel luogo del delitto. Identico limite riguarda le cabine pubbliche, il cui controllo è servito a scoprire gli autori dell’omicidio D’Antona che utilizzavano schede telefoniche.
 Il testo varato dal Senato vanifica anche l’utilizzo delle riprese video. Oggi i filmati con telecamere nascoste sono svincolati dall’autorizzazione del magistrato. Con la «legge Bavaglio» le registrazioni vengono limitate ai casi di flagranza di reato: con il risultato che diventerà impossibile scoprire, per esempio, gli autori dello spaccio di stupefacenti. Il provvedimento, inoltre, abolisce la possibilità di mettere sotto controllo le utenze delle vittime di reati e dei loro familiari. Di conseguenza, nei casi di sequestro di persona sarà molto più difficile scoprire eventuali richieste di riscatto o minacce: le registrazioni verranno autorizzate solo se i soggetti sono a conoscenza dei fatti, ma è un elemento impossibile da valutare a priori. La norma limita anche le intercettazioni ambientali impedendo di carpire conversazioni in ambienti privati se non c’è certezza del reato. Significa non poter ascoltare le conversazioni nelle auto, negli uffici e nelle abitazioni dei sospettati. Non va meglio sul fronte delle deroghe. Il decreto punta a circoscriverle unicamente ai casi di mafia o terrorismo. L’effetto collaterale è che tutti i reati commessi da appartenenti a organizzazioni criminali non mafiose sono implicitamente esclusi, così come i cosiddetti «reati spia». Vuol dire non poter intercettare autori e fiancheggiatori di prostituzione, pedo-pornografia, e usura: tutti reati che segnalano la presenza del crimine organizzato, come più volte sottolineato dalla Procura nazionale antimafia. Il disegno di legge, imposto al Senato con il voto di fiducia, priva magistrati e Forze dell’ordine di strumenti efficaci d’indagine e favorisce gli autori di gravi reati. Per questo è necessario fermare il provvedimento.

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