PER UNA NUOVA SEGRETERIA PROVINCIALE

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Rassegna Stampa

Intervento di Federico Ossari all’assemblea provinciale del 10 luglio 2010


Saluti e introduzione

Care democratiche e cari democratici,
desidero rivolgere un cordiale saluto a tutti voi che siete presenti a questa mia prima assemblea provinciale da segretario. Un particolare saluto lo rivolgo al sindaco di Ponte San Nicolò, Enrico Rinuncini, che oggi ci ospita nella sua splendida sala convegni.
Un ringraziamento di certo non formale lo rivolgo a tutti coloro che anche in questo momento, delicato e importante, hanno voluto esserci e avere un ruolo nella vita del nostro partito.
Penso al segretario provinciale uscente, Fabio Rocco, con cui ho collaborato negli ultimi 3 anni, ai dirigenti che ai diversi livelli si sono impegnati in questo tempo, a coloro, consiglieri provinciali e regionali, parlamentari, amministratori degli enti locali, che continuano ad essere presenti e attivi nelle istituzioni “a nome e per conto”, oltre che personale, anche del Partito Democratico.
Un grazie a Francesco Corso, che con la sua candidatura, ha permesso di rendere vero e competitivo questo congresso, favorendo un dibattito vivo e proficuo. Con lui lavoreremo insieme per raggiungere un unico obiettivo: dare forza e credibilitĂ  a questo partito.
Un ringraziamento alla società civile, al mondo del volontariato, alle forze che rappresentano imprenditori e lavoratori, a quelli che operano nel mondo della cultura e dell’informazione. Questo, è un “grazie” che magari in qualche circostanza facciamo molta fatica ad esprimere, perché, soprattutto quando piovono critiche più che consensi, non è facile indossare l’abito dell’umiltà e dell’autocritica.
Eppure senza questi contributi, senza il graffiare degli appunti tracciati talora con la penna rossa e blu di errori e omissioni, non è possibile neppure per noi capire, crescere, cambiare, diventare migliori. Sono convinto che dalla consapevolezza degli errori fatti, si possano infatti trarre utili indicazioni per il futuro.
C’è insomma un grazie anche a tutti quelli che non sempre apprezzano o non sempre amano proprio il nostro partito: nel loro atteggiamento dobbiamo trovare la forza e le motivazioni di un agire sempre più marcato ma sereno, fermo ma non intransigente, risoluto ma non arrogante. Comunque ricco di umanità, di sapere e di competenze.
Grazie, quindi, a chi sta con noi,a chi ci sostiene, ma anche a chi prende le distanze, a chi non vuol condividere il nostro cammino.


Le elezioni regionali e la “crisi” del partito

L’appuntamento per il rinnovo alla Segreteria provinciale del Partito Democratico avviene all’indomani dell’ultima tornata elettorale. Un voto importante: quello delle elezioni regionali, che qui ha evidenziato il netto predominio della Lega e, in maniera ancora più preoccupante, ha portato al peggior risultato mai ottenuto, in Veneto, dal nostro partito e più in generale dal centrosinistra.
E’ evidente che il problema del calo dei votanti e, soprattutto, la diminuzione dei consensi raccolti dal PD in tutte le regioni italiane, rappresentano una debolezza di fondo per un partito che non riesce ad essere percepito come vera alternativa al centrodestra, che ormai regge buona parte delle amministrazioni locali, oltre al Governo nazionale.
E’ anche vero che gli eventi che si sono susseguiti al voto per le regionali hanno messo in luce alcuni fatti che, se erano pur sempre prevedibili, ora si stanno manifestando in tutta la loro realtà sociale e politica.

La drammaticità della crisi, prima di tutto, che qualcuno aveva cercato perfino di minimizzare, se non proprio disconoscere. Operazione che ha “tenuto” per qualche tempo, finché non è arrivata l’Europa a riposizionare l’entità e la pesantezza della situazione.
Per l’attuale Governo tutto ciò potrebbe anche aver rappresentato un sollievo: imputare agli altri scelte difficili, impopolari, pesantissime, ha risolto qualche problema.
In verità, ciò che è accaduto ha evidenziato un fatto ancor più drammatico dal punto di vista politico.

L’incapacità, da parte dell’attuale governo, di leggere, scegliere e comunicare la verità.

E’ molto grave e triste che le scelte di rigore politico ed economico debbano essere imposte da altri. E’ una radicale abnegazione della propria capacità di autodeterminazione. Come Paese siamo in balia dei bugiardi, cioè di persone che non ci hanno detto la verità e ora sono le classi sociali più deboli a farne le spese.
Mai come in questo momenti gli italiani hanno avuto l’impressione di contare poco o nulla.
Né può bastare la fiducia riposta sui singoli, siano Capi di Governo o Ministri, a superare tale diffidenza.
Vi è poi il dramma, di un partito ma anche di un Paese, vissuto per la belusconiana sindrome di “un uomo solo al comando”.
Rispetto al quale tutto si deve piegare: la Costituzione, le Leggi, la Giustizia, le istituzioni, il “suo” (mai termine appare più appropriato) partito.

Ma è soprattutto, come detto, il “regime della bugia” che ci preoccupa. Perché se non c’è verità (nei limiti della nostra umana capacità di coglierla e praticarla) tutto il resto è nulla, effimero, vuoto.

Uno scenario difficile, sul piano economico e politico. Che ci pone una domanda: con che spirito, ma soprattutto con quali proposte, ci prepariamo ad affrontare tali contingenze?


Le ragioni e il cammino

Per cercare di dare una risposta a tale quesito è necessario partire dalle ragioni che hanno portato alla nascita di questo partito.
Quelle che, anche in un recente passato, hanno “scaldato i cuori” di tante persone.
Bisogna quindi ripercorrere quel cammino che, insieme, abbiamo intrapreso inizialmente sotto la bandiera dell’Ulivo e successivamente dentro un unico grande partito, grazie al quale sono nati, in tanti italiani, la passione e l’impegno per una inedita stagione.
Tra le forze politiche presenti nello scenario italiano, il Partito Democratico è l’unica che si è dotata di regole trasparenti ed ha scelto la propria classe dirigente attraverso le “primarie”.
Questo ha impegnato, coinvolto ed entusiasmato milioni di persone, che hanno deciso di essere, in diverse occasioni, protagonisti di una fase di mutamento.
Il recupero di quello spirito innovatore e riformista che ha segnato le tappe del percorso del Partito Democratico è elemento essenziale per ritrovare adeguate energie e guardare con entusiasmo e fiducia al futuro.
Sono convinto che, nonostante incertezze e qualche incidente di percorso, la via che abbiamo individuata sia giusta e corretta.
Anche se vorrei, quasi come premessa, mettere in guardia contro quello che ritengo uno dei pericoli più gravi che sta correndo il nostro partito, vale a dire la tendenza all’anonimia.
La “rete”, rappresenta fondamentalmente relazioni politiche in cui spesso manca il volto. In cui la partecipazione è confinata in ambiti precisi, in modalità comunicative o di espressione del consenso, che non coinvolgono direttamente le persone.
Dico subito, non intendo mettere in discussione il valore della “rete”, ma credo che in politica servano presenze “totali”, fatte di volti, di teste, di cuori. Ritengo indispensabile ritornare in mezzo alla gente, recuperando quella relazione vitale e di scambi con le associazioni di qualsiasi genere, le categorie economiche, il mondo sindacale.
Il famoso “radicamento territoriale”, uno dei luoghi comuni più diffusi e abusati, non può essere anonimo, impersonale, affidato solo ad una scheda o ad un blog.
Su questo dobbiamo riflettere molto seriamente, per non commettere l’errore, ad esempio, nel quale hanno vissuto (e continuano a farlo) molti nostri politici convinti che “stare tra la gente” significhi parlare alla televisione o nei giornali. Va fatto anche questo, ma non basta.
Il punto di partenza per incamminarci su questa strada “della relazione più che della semplice conoscenza-confronto” è quello della verifica aperta su alcuni nodi irrisolti della nostra situazione di partito.

Ad esempio, quale atteggiamento e iniziativa assumere rispetto:
alla non identitĂ  del partito, alle nostre proposte talora incerte, poco immediate, contraddittorie o sommesse, che teniamo con i cittadini;
alla nostra presunzione di avere ragione nei tempi medio-lunghi perché saremmo più lungimiranti nell’ottica politica e nelle proposte di governo;
ad alcuni leader non piĂą adeguati e a un sostanziale nostro mancato rinnovamento; alla ricercata soddisfazione di creare distinzioni e divisioni interne, alle ambivalenze di molte nostre proposte;
all’incapacità di condividere una dimensione popolare dell’essere soggetto politico;
alle difficoltĂ  di comunicare o piĂą semplicemente di farsi capire, di trasmettere idee e proposte.


Un societĂ  chiusa.

Non ci sono formule magiche in grado di cambiare in poco tempo un modo di pensare e di scegliere che, purtroppo e sempre piĂą, si sta insinuando nella nostra societĂ .
I messaggi che quotidianamente giungono (anche attraverso i mezzi di comunicazione), il loro stile e contenuto sono costruiti per formare una società sempre più rivolta ai “miti del successo e del potere”, mentre abbandonano qualsiasi modello basato su valori come la solidarietà, la valorizzazione della persona, la convivenza civile, la legalità, l’onestà, la coerenza, “l’essere sull’apparire”.
In altre parole assistiamo (e già questo è un limite) all’affermarsi di una società e di una cultura che tende a far diventare le persone sempre più “chiuse” e delinea modelli di sviluppo e benessere, a lungo andare, non sostenibili.
A tutto questo non si oppone una proposta di carattere politico-cultuale in grado di affascinare, coinvolgere.
Certo, abbiamo applaudito tutti la scomparsa delle ideologie come creatrici di barriere, di contrasti, di contrapposizioni. Ma oggi, che cosa ci rimane?
Di chi siamo figli o forse orfani? Dove ci radichiamo?
A chi facciamo riferimento per trovare un sentire comune, ma anche regole condivise?
Non sono domande intellettuali, “accademiche”, oziose. Sono interrogativi che rimandano a radici profonde, che determinano comportamenti, modi di vita, anche scelte politiche. Un mondo di riflessione che non deve essere estraneo ad un partito non effimero come vuole essere quello Democratico.


Un’alternanza essenziale

E’ evidente che in un quadro di questo tipo, il ruolo di un Partito come il nostro, portatore di altri ideali (e forse dovremmo compiere continuamente la fatica di indicarli senza darli per scontati), diventa essenziale per cercare di proporre e realizzare una società più giusta ed equa, capace di guardare al futuro con serenità e lungimiranza.
Tale atteggiamento deve tuttavia uscire dal vicolo cieco dell’autoreferenzialità, per diventare prassi di testimonianza e condivisione, nella convinzione tuttavia che una forza politica debba andare ben oltre il semplice esercizio della testimonianza stessa.


La proposta e il consenso

In tema di alternanza al modello culturale e politico che si va affermando (e di cui il centrodestra, ma più in generale ampi strati di società, sono portatori) occorre intensificare due momenti decisivi dell’agire politico.
Prima scelta.
Promuovere una elaborazione culturale e politica “alternativa” a quella dominante.
E’ un lavoro importante, che spetta essenzialmente alla classe dirigente, in un rapporto di conoscenza e reciprocità con le articolazioni del partito, i propri elettori e con il più generale contesto dei cittadini.
Occorre quindi chiederci quali sono i luoghi e le modalitĂ , dove e attraverso i quali tale processo viene promosso e realizzato.
Brutalmente la domanda potrebbe essere così posta: dove e come si pensa nel nostro Partito?
Dove e quando si ascolta, si cerca una sintesi tra posizioni diverse, non soltanto nell’ambito del partito stesso, ma più in generale nel confronto dialogico con la società?
Rispondere a tali quesiti, soprattutto in termini di gesti concreti, è altrettanto importante che porseli.
La segreteria quindi si impegna ad avviare una “processo di pensiero” a corso continuo, in grado di dare un’alternativa culturale e politica a situazioni e problemi. Un esercizio che non dovrĂ  svolgere da sola, ma attivando tutti quegli spazi e quei tempi necessari a permettere da una parte, l'individuazione e la ponderazione delle criticitĂ , e dall'altra i possibili interventi da attuare  attraverso un confronto tra le diverse aree del mondo sociale (con particolare riferimento ad alcuni ambiti particolarmente attenti a tali tematiche, dall’associazionismo al volontariato, dal mondo della cultura a quello della comunicazione);

Seconda scelta.
Attivare tutte le modalitĂ  comunicative in grado di trasformare la proposta culturale e politica in consenso.
E’ questo l’agire proprio di un partito che voglia uscire dalle ristrettezze dell’“opinione” o della testimonianza, per assumere un ruolo di presenza e governo.

Per fare ciò, però, è necessario ripartire da dove avevamo iniziato, cioè dai cittadini e dalle tante persone che hanno creduto in un progetto, in un sogno: quello di poter avere un’Italia diversa e migliore di quella in cui oggi viviamo.
A monte la convinzione che anche qui, a Padova, vi siano tutte le potenzialitĂ  per un recupero di interesse da parte dei cittadini attraverso un attento lavoro che si dovrĂ  svolgere a livello sia provinciale che locale, passando per una forte azione di elaborazione, coordinamento e indirizzo che dovrĂ  essere a carico dalle strutture provinciali.


Il partito e il territorio

Chi nei prossimi anni avrĂ  la responsabilitĂ  di guidare il nostro partito provinciale non potrĂ  che partire dal territorio e in particolare dai circoli, ridefinendo il ruolo e il rapporto tra le varie articolazioni (regionale, provinciale, circoli).
In concreto andrĂ  attivata, perseguita e resa vitale una dialettica politicamente creativa tra governo del partito (organi provinciali) e riferimenti territoriali (circoli e zone).
In questo ambito al “livello provinciale” spettano due compiti decisivi:
elaborare la “visione” della società padovana, naturalmente non in maniera verticistica, centralistica, autoritaria, ma in un circolo virtuoso, dialetticamente costruttivo con i cittadini, l’opinione pubblica, i riferimenti “di base” del partito (circoli).
creare cultura (non solo pensiero) su tale visione.

Ai circoli e alle zone il compito di declinare la visione e la cultura nel locale.

Per questo, il Partito dovrebbe anche caratterizzarsi per una scelta di metodo.
Altre forze hanno individuato alcune modalitĂ , talora populiste (Lega), altre volte dirigiste (Popolo delle LibertĂ ), ma comunque definite e caratterizzanti.
Il Partito democratico lo ha fatto?
Non va dimenticato che tale scelta diventa poi anche modalitĂ  comunicativa e di presenza.


La centralitĂ  dinamica dei Circoli

Oggi abbiamo la straordinaria occasione di disporre di un periodo di tre anni non contrassegnato da rilevanti appuntamenti elettorali (salvo elezioni anticipate) e questo tempo rappresenta un’opportunità per concretizzare quel “radicamento territoriale” di cui tanto si parla, ma che finora, è stato realizzato solo in parte.
I Circoli rappresentano il punto di partenza di un progetto volto a valorizzare le nostre realtĂ  locali.
La presenza di un Circolo è elemento indispensabile nell’ambito di quella “dialettica virtuosa” tra elaborazione politica-culturale e creazione del consenso, che attribuisce ruolo e significato sia al governo provinciale (e non solo) del partito, sia alle sue articolazioni territoriali.
Il Circolo, come riferimento di “base”, non deve essere soltanto il luogo di ricezione e applicazione della “linea”, ma per noi del Pd è spazio vitale, che deve elaborare idee, sensibilizzare, sostenere iniziative e sviluppare azioni concrete, che possano portare ad occupare spazi di presenza.
I Circoli, inoltre, devono rappresentare un’occasione di dialogo e confronto con i nostri rappresentanti presenti negli organi amministrativi locali, sia quando siamo in maggioranza, che quando siamo all’opposizione.


La solitudine dei Circoli

In questi anni si è fatto un lavoro importante che ha permesso di “piantare una bandierina” in oltre 90 comuni sui 104 della nostra provincia. Un buon risultato, ma non sufficiente.
E’ necessario creare una rete di supporto tra i circoli dei vari territori e fra questi e la struttura provinciale.
In diverse realtà il singolo coordinatore non è in grado, da solo, di affrontare alcuni temi o sviluppare talune iniziative. Ciò dimostra come sia essenziale poter contare su di una struttura di supporto in grado di permettere un’azione efficace ed incisiva.
La presenza di una rete di coordinatori di circolo, oggi per la maggior parte rappresentata da giovani preparati e motivati, rappresenta una ricchezza che deve essere non solo valorizzata, ma incoraggiata e sostenuta.
Per questo è condivisibile la recente modifica del Regolamento Nazionale che prevede una presenza nella direzione provinciale di una parte dei coordinatori di circolo.
Ma, ancora una volta, non basta.
Il partito deve arricchirsi della presenza di figure che sono punti di riferimento sul territorio, come i sindaci e gli atri amministratori
E’ di fondamentale importanza incrementare ulteriormente i momenti di confronto e di condivisione tra il partito provinciale e i circoli, anche attraverso la costituzione di coordinamenti di zona capaci di sviluppare iniziative di grande interesse. La collaborazione tra circoli territorialmente vicini, rappresenta un modo per evitare di cadere nella autoreferenzialitĂ , che poco ha a che vedere col senso inclusivo  e aperto che deve avere il PD.
In sostanza occorre tenere vivo un rapporto tra dirigenza del partito e circoli che sia realmente e virtuosamente dialettico.



Formarsi nel “fare politica”

In proposito la domanda da porci è questa: come può, chi governa il partito a livello provinciale, far crescere questa sua classe dirigente?
Credo che si debba abbandonare la logica della “scuola”, che può avere invece una sua validità per chi è chiamato a impegnarsi negli enti locali.
La proposta è quella di rimanere sempre nell’ambito dei percorsi formativi, ma di avviare una modalità diversa e probabilmente più innovativa e fruttuosa.
L’idea è quella di non separare il momento formativo-conoscitivo da quello formativo-esperienziale.
In parole povere, per i nostri dirigenti di partito ipotizziamo un impegno in cui la formazione si sposti dal (solo) conoscere al (solo) fare.
Tale scelta impone dei passaggi e degli “investimenti”, che potremmo così riassumere:
Creazione di un gruppo di sostegno a livello provinciale (molto agile: un esperto in eventi formativi, un esperto in dinamiche territoriali, un esperto in comunicazione, un esperto in “costruzione di eventi”).
Tale gruppo avrĂ  il compito di sostenere e accompagnare tutti quei dirigenti che avranno in mente e in proposito di agire politicamente nel territorio di riferimento.
Non si tratta soltanto di fornire una “consulenza”, ma di dare vita a cammini formativi, che si sviluppino nella sperimentazione concreta, più che solo nell’apprendimento.
Lo sforzo dunque è quello di tentare una sintesi tra il sapere e il fare.
Questa modalitĂ , inoltre, ha il pregio di offrire unitarietĂ  alle iniziative (talora troppo difformi, frammentarie, diversificate) territoriali.

E’ importante rafforzare il “marchio” del PD: questo è possibile soltanto non frantumandolo, ma irrobustendo identità e presenza, senza deviazioni o sbavature. Bisogna che tale opzione di coordinamento (anche formale) tocchi tutti gli aspetti della vita del Partito (pensiamo alle Feste, ad esempio).


Gli organi di Partito.

E’ altresì decisivo rafforzare il ruolo della Segreteria provinciale, che deve rivendicare in pieno il proprio compito di guida e legittimazione delle varie iniziative.

Per questo nel giro di qualche giorno verrĂ  costituita una segreteria politica composta da poche persone e un esecutivo tecnico in grado di farsi carico, per argomenti ed aree, delle questioni piĂą importanti su cui il PD dovrĂ  impegnarsi in futuro.
Il lavoro da fare è molto e vi è la necessità di raccogliere e valorizzare idee e competenze che saranno elaborate e sviluppate in gruppi tematici coordinati dai singoli componenti dell’esecutivo e composti da tutte quelle persone che desiderano spendersi per la costruzione di un progetto specifico.

Vi è poi la Direzione provinciale, l’organo di indirizzo politico che questa assemblea ha il compito di eleggere. La proposta che sottopongo alla vostra approvazione è di 60 componenti effettivi + i membri di diritto( una quindicina).
Considerato però che l’ultima assemblea nazionale ha deciso, e io lo condivido, che almeno un terzo dei componenti della direzione debba essere formato da segretari dei circoli, vi propongo di eleggere, oggi, solo 40 componenti. Gli altri 20 li porteremo alla vostra approvazione entro il mese di settembre, dopo aver consultato i territori ed aver verificato che la rappresentanza geografica sia la più ampia possibile.
Non solo. Per dare corpo alla proposta di apertura del partito alla società, propongo che alla direzione provinciale siano invitati i sindaci iscritti al PD, i consiglieri provinciali, i rappresentanti iscritti al PD delle princpali associazioni od organismi dei mondi economico/sindacale e del volontariato, nonché i componenti dell’assemblea nazionale. Con queste integrazioni, sono convinto che saremo in grado di arricchire i nostri dibattiti, ma soprattutto di uscire da quel pericolo di autoreferenzalità che rappresenta un rischio reale per il nostro partito.


Gli amministratori locali

Da sempre una buona azione politica locale passa, in buona misura, attraverso il ruolo che svolgono gli amministratori. E’ indispensabile mettere queste persone nelle condizioni di incidere nelle grandi scelte che riguardano i singoli territori. Per fare ciò è necessario formare una classe dirigente che sia in grado di far crescere e motivare non solo gli attuali amministratori, ma soprattutto quelli potenziali.
In questo senso va pensata e realizzata una “scuola per futuri amministratori”.
Non servono grandi risorse economiche e di certo non mancano le persone che possono mettere a disposizione dei giovani la loro preziosa esperienza. Questa può essere la strada giusta per avvicinare i ragazzi alla politica, anche passando per un loro coinvolgimento nel mondo amministrativo.


Le risorse e i mezzi

Anche la disponibilità dei mezzi con cui fare politica è strategica. Non solo le risorse economiche, che ovviamente sono importanti, ma anche la possibilità di usufruire di strutture, mezzi e materiali di cui il partito provinciale è dotato (stampati, sito internet, manifesti, invio della corrispondenza, costruzione eventi, ecc).
Per questo occorrerebbe trasformare la Segreteria provinciale (anche dal punto di vista logistico) in uno spazio aperto, a sostegno “competente e qualificato” delle articolazioni territoriali del partito.


Gli spazi

A proposito di sedi, in questi anni molte sono state le sollecitazioni al Provinciale per l’apertura di nuove sedi di rappresentanza del Partito nel territorio.
Pur in considerazione della limitatezza delle risorse, è necessario pensare all’apertura di alcuni spazi che possano diventare, nelle singole zone, un punto di riferimento operativo dei circoli, sulla scorta di quanto avvenuto recentemente a Camposampiero.
Ma anche disporre di numerose sedi non è sufficiente. Di sicuro sono utili, indicano che ci siamo, ma dobbiamo avere il coraggio e la forza di “portarle in piazza”, cioè abbiamo il dovere di affrontare con i cittadini alcuni temi che possono farci ritornare ad essere interlocutori privilegiati di una società sempre più stanca e lontana da chi fa politica.



Nel cuore dei problemi

Argomenti come il nucleare, l’acqua, il lavoro, l’economia, la sicurezza sociale, rappresentano solo alcuni dei punti su cui si può intraprendere un dialogo con i cittadini.

PiĂą in generale, quasi a titolo esemplificativo, gli inediti e complessi scenari devono coinvolgerci in riflessioni e azioni politiche in merito a:

l’economia e le sue gravi crisi ricorrenti, con pesanti ricadute nel lavoro e nel risparmio di tantissimi cittadini;
l’occupazione dei lavoratori dipendenti (100.000 cassintegrati in Veneto, ad aprile 2010!);
la stabilitĂ  dei lavori tradizionali e di quelli nuovi dei giovani;
la loro previdenza futura di fronte alle prospettive così incerte;
il ritorno a investire rilevanti risorse per la scuola, la formazione e la conoscenza;
l’“emergenza educativa” che riguarda le nuove generazioni e che coinvolge con specifiche responsabilità le famiglie, la scuola, le varie agenzie educative;
il dare strumenti concreti ed efficaci ai giovani affinché affrontino con iniziative personali e in autonomia progetti di vita e di lavoro;
le attuali pensioni dei lavoratori dipendenti e delle pensioni sociali;
cercare di superare la presente frammentarietĂ  e costruire nella cittĂ  capoluogo e nei nostri paesi una nuova coesione sociale fatta anche con gli immigrati;
la politica di welfare (sanità e servizi sociali, lavoro e previdenza) che sarà basata certamente su minori risorse finanziarie e che perciò dovrà dotarsi anche di risorse alternative (spesso presenti e disponibili nei nostri territori) e di criteri innovativi di applicazione da inventare;
la diffusione di una cultura del “limite” nell’uso del nostro ambiente;
le forme nuove di energia da sostenere e da attivare con convinzione e con coraggio.

Questi sono indubbiamente temi “globali”, che per molti aspetti attendono ad una dimensione ampia dell’agire politico, ma anche a livello locale non si può prescindere dall’affrontarli, evitando di rifugiarsi in una riduttiva dimensione localistica della politica stessa.
Una politica che abbia a cuore uno sviluppo equilibrato ed armonico della nostra società, non può sottrarsi al confronto ed al dialogo con i mondi associativi, produttivi e sindacali.
Ecco quindi che su molte questioni che riguardano lo sviluppo futuro della nostra provincia e della città di Padova, il Partito Democratico è chiamato ad elaborare, scegliere e sostenere progetti strategici che siano adatti allo scopo, in collaborazione e con l’indispensabile supporto degli amministratori locali e dei rappresentanti istituzionali in Regione e Parlamento.

Il paradigma di Padova

L’esperienza del Capoluogo può essere indicativo per tracciare alcune linee evolutive di un possibile percorso su cui riflettere soprattutto in merito al “governo” della nostra comunità
Padova, seppur con alcuni problemi, è una città aperta e dialogante, ricca di iniziative, che ha scelto di non chiudersi nella paura, ma di gestire le nuove sfide che la società complessa ed eterogenea pone.
Padova e altri Comuni hanno cercato di privilegiare il “noi”, al posto del “particolare”, la cura delle persone e del territorio, l’aver attivato una comune responsabilità per lo sviluppo, l’aver posto l’educazione come cardine della cittadinanza.
Il capitale sociale ha lavorato bene assieme, trovando dei punti di raccordo in un patto efficace tra enti pubblici, imprese, reti sociali; mettendo al centro l’idea del futuro da costruire, lo sviluppo complessivo di tutta la comunità.

Conoscenza

Il sistema economico, messo a dura prova dalla crisi globale, ha bisogno di innovazioni radicali. I distretti industriali progrediscono con l’aiuto decisivo delle componenti della ricerca e della conoscenza. Dobbiamo riuscire ad accompagnare le nostre aziende, le nuove economie a dare una risposta di lungo respiro alla crisi presente, dando valore, significato e ricadute operative ai parchi della conoscenza e mettendo assieme gli operatori economici, industriali, artigianali, agricoli e commerciali riuniti nelle loro associazioni e nella Camera dei Commercio e operando in stretto raccordo con i giovani delle scuole superiori distribuite nei vari territori provinciali.

Cura

Il territorio va visto e fruito come risorsa finita, da rigenerare, da riusare, da pensare.
Il prendersi cura: della cittĂ , delle relazioni, delle persone, in un nuovo patto educativo per i nostri bambini e ragazzi e di convivenza sociale costruttiva e gratificante.
La comunitĂ , la cura, il benessere sociale, sono fattori determinanti anche per il benessere economico.

ComunitĂ 

Una politica che punti a costruire comunità (nei quartieri della città e nei paesi). Una rete salda e aperta di relazioni è la misura da rispettare sia nella cura del territorio, sia in quella delle persone, nel welfare. Il sistema pubblico di servizi alla persona si è profondamente modificato di fronte alla frammentarietà, alle divisioni del tessuto sociale, alla carenza di risorse. E’ tempo di attivare un sistema ancora più allargato, un welfare di comunità, che tenta di mettere assieme i servizi sociali, le reti sociali, i quartieri, le associazioni, il volontariato, il rapporto di vicinato, le parrocchie.
L’ente pubblico non è più da considerare erogatore di servizi, ma regista coordinatore, attivatore di risposte possibili

Capitale sociale.

Nel patto sociale da rifondare, questa responsabilità collettiva dell’esser comunità va assunta a tutti i livelli. Sarà utile operare per una etica della comunità, avendo come obiettivo la valorizzazione del capitale sociale attenta alle famiglie e ai lavoratori, agli immigrati, ai bisogni dei minori e dei giovani, degli anziani, dei disabili.

Lo sforzo a cui noi tutti siamo chiamati è considerevole.
L’obiettivo è quello di favorire la costruzione di quel “nuovo” che da più parti viene spesso evocato e che, per essere veramente tale, ha bisogno di quell’apporto di idee e di lavoro che rappresentano la vera ricchezza di un partito, davvero democratico e aperto, com’è il nostro.

Buon lavoro a tutti.

Federico Ossari

Democratica TV