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DIECI RIFORME PER CAMBIARE

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Il Corriere della Sera


Se abbiamo voluto chiamare «democratico» il partito nuovo che stiamo costruendo, è anche e soprattutto perché è la democrazia la questione cruciale del nostro tempo. Siamo entrati nel ventunesimo secolo sull’onda delle speranze suscitate dalla vittoria della democrazia sui totalitarismi che avevano insanguinato il Novecento. Ma oggi quella corrente calda ha perso buona parte della sua forza, frenata dall’attrito con questioni dure, come il divario tra il carattere globale dei nuovi problemi (e dei nuovi poteri) e la dimensione ancora prevalentemente nazionale delle istituzioni politiche, la persistente debolezza delle istituzioni internazionali, la fatica con la quale avanzano i processi di integrazione sopranazionale e post-statuale, a cominciare dall’Unione Europea.

E se perfino le grandi democrazie appaiono troppo piccole, è inevitabile che sia messo in dubbio il fondamento più profondo della democrazia stessa: quella visione umanistica della storia che ritiene possibile, per la coscienza e l’intelligenza delle donne e degli uomini, orientare il corso degli eventi. Perché ritiene che la storia non sia determinata meccanicisticamente dalla sola legge della necessità, ma possa essere influenzata dal responsabile esercizio della libertà. Dirsi «democratici», oggi significa dunque anzitutto lavorare per aprire alla democrazia orizzonti più ampi: a cominciare dal multilateralismo efficace nelle relazioni internazionali e da una visione politica e non solo mercantilistica dell’integrazione europea. E tuttavia, anche per contribuire ad aprire un nuovo ciclo, un ciclo sopranazionale, nella storia della democrazia, dopo quelli delle città antiche e degli stati moderni, è necessario disporre di istituzioni nazionali forti, perché efficaci e legittimate, di un sistema politico capace di pensare in grande e di agire con rapidità e di un efficace e trasparente governo di prossimità. Il nostro Paese non dispone oggi di istituzioni nazionali e di un sistema politico adeguati a questi fini. La democrazia italiana è malata, per così dire, su entrambi i lati del suo nome composto: quello della «crazia», ovvero dell’autorevolezza e della forza delle istituzioni; e quello del «demos», ovvero della legittimazione popolare della politica.

Non è necessario dilungarsi nella descrizione: è sotto gli occhi di tutti la crisi di autorità di un sistema istituzionale e politico, qualunque sia il colore del governo del momento, allo stesso tempo costoso e improduttivo, tanto invadente nell’occupazione del potere e nell’ostentazione dei suoi segni esteriori, quanto impotente nell’esercitare il potere vero, quello che serve ad affrontare i problemi del paese; tanto capace di frammentarsi inseguendo e cavalcando la degenerazione corporativa della società, quanto inadeguato al bisogno, che pure il paese esprime, di unità, solidarietà, coesione attorno a obiettivi di bene comune. La democrazia italiana sta andando in crisi per assenza di capacità di decisione, per la prevalenza della logica dei veti delle minoranze sulle decisioni delle maggioranze. La democrazia non può essere un’assemblea permanente che si conclude con la convocazione di un’altra assemblea. La democrazia è ascolto, partecipazione, condivisione. Ma, alla fine, è decisione. Lo disse Calamandrei durante i lavori della Costituente: «La democrazia per funzionare deve avere un governo stabile: questo è il problema fondamentale della democrazia. Se un regime democratico non riesce a darsi un governo che governi, esso è condannato... Le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dalla impossibilità di governare dei governi democratici».

Il Partito democratico nasce per porre un argine a questa deriva, nella quale la politica stessa finisce per alimentare l’antipolitica, e per avviare, con la sua stessa costituzione, un’inversione di tendenza: dalla divisione all’unità, dall’invadenza alla sobrietà, dall’arroganza inconcludente alla forza dell’efficienza e della produttività. Per dare concretezza a questa linea di lavoro, il Partito democratico al quale penso si impegnerà seriamente a fare dieci cose concrete.

Primo: superare l’attuale bicameralismo perfetto, assegnando alla Camera la titolarità dell’indirizzo politico, della fiducia al governo e della funzione legislativa e facendo del Senato la sede della collaborazione tra lo Stato e le autonomie regionali e locali. Senato e Camera manterrebbero potestà legislativa paritaria nei procedimenti di revisione costituzionale.

Secondo: operare una drastica riduzione del numero dei parlamentari, coerente con la specializzazione delle due camere: 470 deputati e 100 senatori porterebbero l’Italia al livello delle altre grandi democrazie europee come quella francese alla quale sempre di più dobbiamo saper guardare.

Terzo: riformare la legge elettorale, in modo da ridurre la assurda frammentazione e favorire un bipolarismo basato su competitori coesi programmaticamente e politicamente. Il governo sarebbe così capace di assicurare l’attuazione del programma per il quale è stato scelto dagli elettori, come in tutte le grandi democrazie europee. E, infine, la ricostruzione di un rapporto fiduciario tra elettori ed eletti, mediante la previsione per legge di elezioni primarie per la selezione dei candidati. Tutto questo è ora reso ancora più necessario dalla positiva sfida del referendum.

Quarto: rafforzare decisamente la figura del Presidente del Consiglio, sul modello tipicamente europeo del governo del primo mini-stro, in modo da garantire unitarietà e coerenza all’azione di governo e coesione alla maggioranza parlamentare, attribuendogli, ad esempio, il potere di proporre nomina e revoca dei ministri al Presidente della Repubblica.

Quinto: rafforzare il sistema di garanzie nel sistema maggioritario e bipolare, in modo da scongiurare qualunque rischio di dittatura della maggioranza o di deriva plebiscitaria, prevedendo quorum rafforzati per la modifica della prima parte della Costituzione e per l’elezione delle cariche indipendenti, uno Statuto dell’opposizione, l’attribuzione alla Corte costituzionale delle controversie in materia elettorale, norme rigorose contro il conflitto d’interessi.

Sesto: previsione di una corsia preferenziale, con tempi certi, per l’approvazione dei disegni di legge governativi e voto unico della Camera sulla legge finanziaria nel testo predisposto dalla Commissione Bilancio, sulla falsariga dell’esperienza inglese.

Settimo: escludere nei regolamenti parlamentari la costituzione di gruppi che non corrispondano alle liste presentate alle elezioni e rivedere le norme finanziarie che oggi premiano la frammentazione, comprese quelle sul finanziamento pubblico dei partiti e della stampa di partito.

Ottavo: completare la riforma federale dello Stato, attuandone gli aspetti più innovativi, a cominciare dal federalismo fiscale e dalle forme particolari di autonomia che possono avvicinare le regioni a statuto ordinario alle autonomie speciali, con uno sguardo particolare alle grandi aree metropolitane.

Nono: attuare l’articolo 51 della Costituzione, prevedendo almeno il 40 per cento di candidati donne e di capilista donne a pena di inammissibilità delle liste. Il Partito democratico applicherà alle proprie liste la quota del 50 per cento.

Decimo: riconoscere il voto ai sedicenni per le elezioni amministrative, valorizzandone l’apporto di freschezza e di entusiasmo essenziale per la rivitalizzazione della democrazia e al tempo stesso la funzione di responsabilizzazione, di socializzazione e di apertura, essenziale nel delicato percorso dall’adolescenza alla maturità. Si tratta, come è ovvio, di proposte aperte, che implicano un iter non semplice di revisione costituzionale e legislativa, che a sua volta presuppone la convergenza di un ampio schieramento di forze. Molte legislature sono trascorse invano, da quando il tema della riforma della politica, delle sue regole, delle sue istituzioni, è entrata nell’agenda del paese. Ora la crisi di autorità della politica sta diventando un’emergenza democratica. Il Partito democratico al quale penso nasce per riportare l’Italia tra le grandi democrazie d’Europa. È una urgenza assoluta. Se non vogliamo che si avveri la lucida profezia di Calamandrei.

Walter Veltroni

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«Sicurezza e tasse, Veltroni ha capito»

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Zanonato promuove il decalogo. Bottacin: «Convinto dal sindaco di Roma»

PADOVA. «Veltroni? Mi ha convinto. Il decalogo presentato a Milano mi è sembrato molto più convincente di quello messo in scena a Padova. Certo, per lui che è sindaco di Roma, non sarà facile raccogliere il consenso al Nord, ma ci prova con tenacia. E io lo appoggerò». A parlare è Diego Bottacin, segretario regionale della Margherita e firmatario con Massimo Cacciari, Flavio Zanonato, Sergio Cofferati, Mercedes Bresso, Gad Lerner e Maurizio Fistarol e altri 200 dirigenti del Nord del documento che sostiene la candidatura di Veltroni alla guida del Partito democratico. Ieri è sceso in campo anche Enrico Letta, che assieme a Rosy Bindi sfiderà il sindaco di Roma il 14 ottobre: si va verso le correnti? Veltroni si augura di no. E ieri a Milano ha spiegato come intende recuperare il consenso proprio nel lombardo-veneto baluardo del centrodestra. In sala tutti i big dell’Ulivo: da Burlando, governatore della Liguria, a Chiamparino, sindaco di Torino. Due le parole d’ordine: riduzione delle tasse e sicurezza. Intesa non come partecipazione alle ronde leghiste, ma come rispetto assoluto delle legalità, ha detto Veltroni. Concetti che il sindaco di Padova ha sviluppato nel suo intervento, più lungo del previsto e quindi sanzionato con una «scampanellata». Flavio Zanonato ha detto che il malessere del Nord nei confronti della politica è reale e l’Unione perde consenso non solo laddove era già minoranza, ma anche nelle vecchie roccaforti come Chioggia. «La questione della sicurezza, dell’eccessiva pressione fiscale, della burocrazia soffocante e i costi eccessivi della politica non aiutano certo il rilancio del centrosinistra. E per risalire la china dobbiamo parlare alla testa e al cuore della nostra gente, affrontando temi scomodi, a partire dalla sicurezza. Per troppo tempo abbiamo avuto un approccio sociologico nei confronti di chi vive nei quartieri degradati, lasciando alla destra il monopolio dell’offerta politica di sicurezza. Non c’è contraddizione tra solidarietà-sicurezza e l’affermazione del principio di legalità a tutela delle fasce più deboli della popolazione, che sarebbero in balìa dei violenti e dei più forti», ha detto Zanonato. L’altro pilastro dell’azione del Pd al Nord deve riguardare il fisco, con «l’abbassamento delle tasse e la riforma previdenziale». Sul tavolo a fianco di Veltroni c’era Maurizio Fistarol, mentre Diego Bottacin è intervento come leader della Margherita del Veneto. «Finalmente ho ascoltato parole molto chiare in tema di tasse, sicurezza, federalismo e partito federato. Mi sembra un buon inizio. Soprattutto perché sta maturando la consapevolezza che se non si risolve Questione Settentrionale l’Italia non avrà futuro. Il federalismo fiscale serve anche al Mezzogiorno. Ma se le regioni più dinamiche del Nord non avranno la garanzia di ricevere le risorse adeguate ora negate dal centralismo, il trend di sviluppo di fermerà. E sulle tasse va fatta una rivoluzione copernicana. Basta con i prelievi iniqui: si paga per il corrispettivo di un servizio. Veltroni vuole produrre uno shock d’innovazione».

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Contro il degrado città più pulita. Va dato l’esempio

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Caro direttore, la lotta contro il degrado e l’impegno per rendere più pulita la nostra città sono tra le priorità dell’amministrazione comunale. Il principio di fondo al quale ci ispiriamo è piuttosto semplice. Il rispetto delle regole di civile convivenza rende più complicata la vita di chi decide di trasgredirle, ignorando il diritto di tutti di vivere in un ambiente decoroso e in un quartiere sereno. Mi spiego meglio: se una strada è sporca, se un cassonetto è assediato dall’immondizia, se il vetro di una fermata dell’autobus resta rotto per mesi, se i muri di un edificio pubblico o privato sono imbrattati, sarà più semplice per chi passa imitare la maleducazione di chi lo ha preceduto, deturpando quei luoghi. Se, al contrario, un quartiere è ben tenuto, chi ha voglia di sporcarlo ci pensa due volte, perché comprende che i cittadini che ci abitano non guarderebbero di buon occhio quanti non rispettano il bene comune. Sostanzialmente, in una città dove si rispettano le regole, dove non si parcheggia in seconda fila, dove si paga il biglietto dell’autobus, i cittadini vivono meglio e i malintenzionati si sentono poco graditi. Non solo, se diamo la sensazione che «chi rompe paga», che vengono sanzionati anche i piccoli reati, la criminalità più pericolosa farà fatica a trovare l’humus che le è indispensabile per mettere radici. Se, in definitiva, la legalità, in tutte le sue declinazioni, diventa un principio condiviso e rispettato, anche chi - provenendo da altri Paesi e con una cultura diversa dalla nostra - viene a vivere e a lavorare a Padova, riceve dalla comunità un esempio pratico e tangibile dei diritti e dei doveri che valgono per tutti, senza distinzioni. Lo spiegava molto bene, nel corso di una trasmissione televisiva alla quale ho partecipato, lo scrittore-magistrato Gianrico Carofiglio (di cui sono avido lettore): a New York, dove il crimine imperava, agli inizi degli anni ’90, non tanto il sindaco Rudy Giuliani, quanto il capo della polizia sotterranea, di fronte all’enorme quantità di reati che venivano consumati in metropolitana, decise intanto di far pagare a tutti il biglietto. Questa scelta non solo riequilibrò i conti pubblici, ma portò come conseguenza un calo drastico della criminalità. Lo stesso poliziotto, promosso a capo della polizia di superficie, applicò il medesimo criterio alla luce del sole, e anche per le strade di New York per i malviventi la vita si complicò. Padova non è New York, è una delle città italiane con gli standard di qualità della vita e di decoro urbano più elevati. Ma questo non vuol dire che non possiamo migliorare, così come non possiamo negare che in alcune nostre strade il degrado è più evidente che altrove e ben al di sotto della soglia di un risultato soddisfacente. Per questo, in collaborazione con Acegas-Aps, stiamo predisponendo un piano di intervento, in parte già in atto, per affrontare con decisione le sacche di degrado che permangono. E’ aumentata la pulizia dei sottoportici, come quella di scarpate e cigli stradali. E’ più costante lo spazzamento delle strade, sia manuale che meccanico. Vogliamo predisporre una squadra di intervento rapido di Acegas-Aps che, su sollecitazione dei cittadini, intervenga in tempi rapidi per pulire laddove è urgente farlo. Per realizzare tutto questo vengono investite ingenti risorse pubbliche, e altre ne occorreranno nei prossimi mesi. Si tratta di soldi dei cittadini, che verranno utilizzati per rendere più vivibile la nostra città. Ma per riuscire nell’intento, per rendere efficace questo tipo di interventi, è indispensabile una collaborazione forte da parte di tutti i padovani. L’amministrazione desidera stringere un patto con la comunità padovana. Innanzitutto con i commercianti, garantendo una migliore qualità dei servizi, a patto che loro si impegnino a tenere pulita la parte antistante il loro negozio, rispettando - per esempio - gli orari di conferimento dei rifiuti. Molti già lo fanno, se lo facessero tutti, raggiungeremmo, insieme, un importante risultato. Stesso discorso vale per i cittadini comuni. Se non abbandoniamo rifiuti per strada, se - come accadeva una volta, e molte persone anziane non hanno perso l’abitudine - teniamo in ordine il tratto di strada o di marciapiede che sta davanti alla nostra abitazione, se utilizziamo i servizi già esistenti quando dobbiamo liberarci di un mobile o di un elettrodomestico, se miglioriamo ulteriormente la raccolta differenziata (siamo già al top in Italia), non solo rendiamo la nostra città più pulita, ma anche più sicura. La città è di tutti e tutti dobbiamo prendercene cura. E’ un concetto ovvio, ma che spesso dimentichiamo. Non immagino una «città bomboniera», ma una città pulita e - allo stesso tempo - vissuta, soprattutto dalle nuove generazioni, perché - oltretutto - l’aggregazione, la vitalità dei quartieri centrali e periferici è un altro straordinario antidoto al dilagare della criminalità, che ama nascondersi nei luoghi deserti o mal frequentati, dove organizzare indisturbati i propri traffici. Tutto si può fare, nel rispetto della legalità, della libertà altrui e del bene comune. Una comunità non è una somma di individualità, in cui ciascuno vive per sé e contro gli altri, una comunità non può prescindere dalla solidarietà, dall’aiuto reciproco, dalla cura per il proprio quartiere, per la propria città. Sono certo che insieme, in una proficua collaborazione tra le istituzioni e i padovani, possiamo rendere ancora più bella e vivibile Padova.

Flavio Zanonato Sindaco di Padova

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CANCELLIAMO IL DEGRADO

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Caro direttore,

oggi chiudiamo l’ultima palazzina del complesso Serenissima. Si tratta di un risultato positivo per l’intera città. Siamo riusciti, in due anni e mezzo, a smantellare un ghetto, a trovare una casa dignitosa a decine di famiglie, a ripristinare, almeno in parte, la legalità in un quartiere per troppi anni ostaggio di spacciatori e malviventi. Lunedì scorso, quando gli ultimi residenti hanno iniziato a lasciare lo stabile, diverse istituzioni e molti esponenti politici hanno dato vita a un’inedita gara per rivendicare il merito dello smantellamento del ghetto di via Anelli. Nulla di scandaloso, anzi l’ulteriore dimostrazione del buon lavoro fatto. Desidero ringraziare tutti coloro che si sono impegnati per raggiungere un risultato inimmaginabile fino a poco tempo fa. La collaborazione tra il Comune e tutte le forze dell’ordine (polizia, carabinieri e Guardia di Finanza), che hanno svolto con grande professionalità un compito per nulla facile, il ruolo di coordinamento e di supervisione svolto in modo paziente e intelligente dal prefetto, l’impegno determinato e decisivo del questore, il lavoro intenso dei vigili del fuoco e della polizia municipale, l’atteggiamento positivo dell’Ater e della Regione, testimoniato dalla firma dell’accordo di programma (do atto volentieri a Galan non solo di non averci ostacolato, ma di averci dato una mano insieme ai suoi assessori), la pazienza dei cittadini residenti nella zona della Stanga, che hanno rivendicato in modo pacato ma fermo il sacrosanto diritto di vivere sereni e sicuri nel loro quartiere, la passione dell’assessore Ruffini, dei suoi collaboratori, dei dirigenti e dei dipendenti comunali, la civiltà e la disponibilità con cui sono state accolte negli altri quartieri della città le famiglie provenienti da via Anelli, l’intervento delle associazioni, dei mediatori culturali, delle cooperative che ci hanno accompagnato in questo difficile percorso sono tutti fattori determinanti, che ci hanno consentito di coniugare in maniera virtuosa sicurezza e solidarietà, ribadendo un principio perfino banale: la legalità è l’unico strumento a disposizione dei più deboli per difendersi dai soprusi dei prepotenti. C’è un unico rammarico: se fossimo riusciti, negli anni passati, a creare un clima positivo di collaborazione, mettendo da parte polemiche e strumentalizzazioni, avremmo impedito che la situazione degenerasse. E’ inutile, comunque, recriminare sul passato, è piuttosto il caso di guardare avanti, per evitare che quanto già accaduto possa ripetersi. Va mantenuta alta la vigilanza in via Anelli, dobbiamo evitare in ogni modo che si ricostituiscano in città nuovi ghetti e, per questo, concentreremo la nostra attenzione sulle zone più a rischio, come la stazione, la fiera, alcune parti dell’Arcella. Desidero, a questo proposito, esprimere tutta la mia solidarietà ai cittadini minacciati per aver denunciato con forza le situazioni di degrado e di illegalità che si verificano in via Bixio e in via Cairoli, ai quali garantisco che non saranno lasciati soli dalle istituzioni e dalle forze dell’ordine, che proseguiranno l’azione di contrasto alla criminalità e la lotta contro il degrado, diffondendo una cultura della legalità condivisa dai padovani e che sia da esempio anche per chi viene nella nostra città per lavorare e condurre una vita dignitosa. Non abbiamo alternative alla costruzione di una società ordinata e accogliente. Soffiare sulla paura della gente può portare qualche voto in più, ma non risolve alcun problema. Per rendere possibile la convivenza armoniosa con persone che provengono da altri Paesi e da culture diverse dalla nostra sono inutili sia la demagogia che la ferocia, occorrono pazienza, fermezza e disponibilità al dialogo. Tutte caratteristiche che non fanno difetto a Padova e ai suoi cittadini.

Flavio Zanonato Sindaco di Padova

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Comincia l’iter del Pp1 Seduta ad alta tensione lunedì sera in Provincia

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Rocco: «Chiarezza sulle aree pubbliche»

La Provincia affronta il «nodo» del PP1. Per quanto di competenza: l’area di 40 mila metri cubi ereditata dal Comune, in cambio di piazzale Boschetti. Fabio Rocco, segretario provinciale della Quercia (e uno dei 12 “garanti” del Partito Democratico), anticipa l’atteggiamento ulivista nell’aula di palazzo santo Stefano. Lunedì pomeriggio il consiglio provinciale ci si confronta proprio sul PP1: «Dopo che Silvia Clai dell’Italia dei valori aveva opportunamente sollevato il “caso PP1” prima in Commissione e quindi con un’interrogazione, lunedì la questione arriva in aula. L’ordine del giorno prevede genericamente una discussione. Dunque, mi aspetto un dibattito serio per capire cosa avviene in un’area tanto importante e delicata». Come Ds, partito del sindaco di Padova, che atteggiamento avrete in Provincia? Nessuna ostilità pregiudiziale. Anzi. Personalmente, sarò più che attento ad ascoltare l’intervento del presidente Vittorio Casarin. Vogliamo, davvero, capire bene qual è la strategia della Provincia nella partita del PP1. Sulla carta, finora ci sono lo scambio patrimoniale con il Comune e la delibera di incarico ad un professionista? Infatti. La prima operazione ci ha trovato perfettamente d’accordo, anche perché permette di realizzare il nuovo auditorium in piazzale Boschetti. La delibera della giunta Casarin (28 maggio scorso) affida al professor Fabio Buttignon l’incarico di stimare l’area della Provincia. Qui, invece, nutriamo riserve. E’ lo stesso professionista che valuta la fusione fra Aps e Acegas. Inoltre, secondo il nostro punto di vista, bisogna fare chiarezza su un altro punto. Ovvero se è corretto che la Boschetti Srl operi come soggetto immobiliare dentro il PP1. In Comune, vi sentiti più tranquilli? Urbanisticamente, sul futuro del PP1 decide il Comune. E non abbiamo nessun dubbio. Ci mancherebbe altro. Ci sentiamo più che tutelati nelle procedure. A cominciare dalla Commissione urbanistica, chiamata ad esaminare per prima la pratica che riguarda aree pubbliche e progetto dei privati. A proposito, il presidente della Provincia in qualche modo «dialoga» con la cordata di imprese edili che vinse l’asta del PP1 vincolata al progetto Podrecca. E voi? E’ evidente che ci concentriamo sulle aree di proprietà pubblica. Per capire, tanto per dirne una, dove e come si immagina il nuovo Conservatorio. Il progetto originale di Podrecca, poi, va misurato alla luce di quanto si deve ancora decidere. Ci aspettiamo soluzioni, su cui riflettere a partire dal dibattito di lunedì. Per poter esprimere valutazioni serene.

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