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Zingaretti a Padova: "Il governo Lega-MS5 blocca l'Italia e il modello veneto rischia la crisi"

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Mattino di Padova 16 Aprile 2019 - Se Paolo Gentiloni lancia l'anatema contro la Lega che ha tradito il Nord con la svolta sovranista, Nicola Zingaretti tesse l'elogio del Veneto, del modello produttivo che vale 65 miliardi di export per ribadire che il voto del 26 maggio sarà fondamentale per «bocciare il governo gialloverde. Con le loro divisioni Salvini e Di Maio bloccano lo sviluppo dell'Italia. Siamo in recessione, con la crescita zero del Pil e anche il Veneto ha perso 1500 aziende», dice il leader del Pd. Il suo tour elettorale inizia dalla federazione Berlinguer con una convention vecchio stile: sindaci, professori universitari e militanti delle feste dell'Unità lo accolgono con un applauso nell'unica città (con Belluno) che ha retto all'assalto della Lega: a Padova il centrosinistra ha saputo tessere alleanze con la società civile, con uno schieramento che unisce la sinistra con i cattolici moderati e i liberal. Zingaretti sa che la sfida è difficile, la rimonta parte dal 18% e Carlo Calenda indica nel 25% il traguardo minimo della riscossa. Il segretario non azzarda previsioni e alle imprese manda un messaggio chiaro: in Europa deve finire il dumping fiscale, non è possibile che l'Irlanda sia il paradiso "esentax" dei giganti della web-economy che hanno tentato di bloccare la direttiva sul copyright approvata dal parlamento Ue. Poi annuncia l'idea di un'indennità di disoccupazione fissa in Europa per armonizzare il welfare state e lancia l'ultimatum alla Lega: «Salvini ha saputo interpretare prima e meglio del Pd le paure degli italiani e la loro voglia di riscatto. Su questa analisi ho vinto il congresso. Ma il bilancio dei dieci mesi di governo è drammaticamente negativo. L'economia peggiora, i cantieri delle grandi opere sono fermi con 140 miliardi congelati per la Tav e le infrastrutture. Io credo sia stato un grave errore chiudere i finanziamenti a sostegno di Industria 4.0 lanciati dall'ex ministro Calenda, che è il nostro capolista qui a Nordest. Gli imprenditori sono bloccati da una situazione di perenne incertezza. Ora siamo fermi, il grande consenso della Lega non è eterno e vedo molto nervosismo tra Salvini e Di Maio perché hanno capito che gli italiani non sono polli di allevamento», dice il leader del Pd.Poi ricorda che il futuro si gioca sull'innovazione e la ricerca, i 26 miliardi investiti dall'Italia sono una goccia in rapporto ai 900 messi in campo da Cina e Usa. Per non restare schiacciati dalla globalizzazione non resta che la strada dell'Europa, ma l'Italia di Salvini e Di Maio punta invece all'isolamento e stringe patti con i leader nazionalisti, dimenticando la lezione della storia: le guerre fratricide nel Novecento sull'idea di Patria e di superiorità razziale.Come si ferma la corsa della Lega, che ha tradito il Nord? Con «un'ottima squadra di candidati: abbiamo scelto veri protagonisti della cultura, scienziati e intellettuali non iscritti al Pd. E poi ci sono gli amministratori come Achille Variati, che ha governato Vicenza per 15 anni: di lui ci si può fidare, il capolista del Veneto è lui».L'ex sindaco della città berica ascolta in silenzio. Zingaretti ha corteggiato Massimo Cacciari ma il filosofo ha detto "no grazie, ho già dato. Scegliete i giovani" e l'altro big della stagione dell'Ulivo è Flavio Zanonato, uscito dal Pd per approdare a LeU con Bersani. Variati è certamente uno dei simboli vincenti del centrosinistra in Veneto e ieri ha rubato la scena a Calò, Moretti, Puppato e al capolista Calenda in corsa per Strasburgo. «Con 432 mila imprese e una partita Iva ogni 10 abitanti, siamo una delle locomotive d'Europa ma non contiamo nulla perché la Lega di Salvini non ci difende. Ho maturato esperienza in consiglio regionale e per 15 anni ho amministrato Vicenza: sono entrato con le mani pulite e sono uscito con le mani pulite». Virtù rara. Anche nel Pd, dopo la bufera in Umbria.
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Zingaretti: “Questo governo fa male agli italiani”

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Con il DEF il governo ha autocertificato la propria incapacità
L’Italia ha bisogno di una nuova speranza, dobbiamo creare lavoro di qualità e migliorare la vita di tutti i cittadini, c’è una legittima aspettativa di giustizia e di riscatto sociale che abbiamo il dovere di non deludere. Il Documento di Economia e Finanza (DEF) approvato ieri va nella direzione sbagliata. Con il DEF il governo ha autocertificato la propria incapacità nel migliorare la condizione di vita degli italiani. Si ferma la crescita, diminuisce l’occupazione, si tagliano i servizi e aumenta il debito pubblico. Il 2019 doveva essere un “anno bellissimo” da “boom economico” con previsioni di crescita all’1,5% ora siamo nella migliore delle ipotesi allo 0,2%. Il risultato del decreto dignità, del reddito di cittadinanza e di Quota 100 è che l’occupazione diminuisce. Inoltre, si tagliano 2 miliardi di euro di servizi alle imprese e cittadini, di cui 300 milioni al trasporto pubblico locale, e ci saranno ulteriori tagli o tasse per fronteggiare l’aumento dell’Iva. Tutto questo nonostante un aumento enorme del debito pubblico che in rapporto al PIL raggiungerà il 132,6%.
Se solo riuscissero a mantenere gli annunci o a litigare meno. Il costo dell’incertezza che hanno generato continua a costarci miliardi di euro solo in maggiori interessi.
 
Ora è tempo di voltare pagina. L’Italia ha bisogno di sviluppo e lavoro.
Dobbiamo far ripartire gli investimenti pubblici, in particolare nella scuola e nella lotta al cambiamento climatico, bisogna accelerare la capacità dello Stato di attuare quanto già programmato e finanziato. In questo lo sbloccacantieri è un fallimento perché non facilita gli investimenti e anzi rischia di pregiudicare il contrasto alla corruzione, la concorrenza e la tutela dei diritti dei lavoratori. Dobbiamo incentivare gli investimenti privati, puntare sulla riduzione delle differenze di genere e sulla sostenibilità ambientale quale potente driver per la creazione di occupazione di qualità in particolare per i più giovani.
 
Solo un’Italia forte può puntare a cambiare l’Europa
Serve un’Italia protagonista in Europa e non più isolata come avviene oggi su vicende cruciali, come ad esempio la questione della crisi libica o la Brexit. Solo un’Italia forte può puntare a cambiare l’Europa, mettendo fine alla stagione dell’austerità, per aprire una fase in cui la nuova Europa delle persone possa sostenere il lavoro e gli investimenti con politiche anticicliche. Serve tutto questo per rimettere l’Italia sui binari giusti, ma la verità, come emerge chiaramente anche dal DEF, è che oggi uno dei problemi principali dell’economia italiana è proprio il governo italiano.
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A Torino, perché l’Italia deve ripartire

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Oggi sono stato a Torino. Siamo stati qui perché l’Italia deve ripartire. Questo governo sta mettendo indietro le lancette dell’orologio e il costo di questa incertezza si scarica sulle famiglie e soprattutto sui giovani. C’è una maggioranza parlamentare ma non c’’è una maggioranza unita. Si nascondono con i selfie, le battute, le gite. Sorridono ma l’Italia purtroppo sa pagando un prezzo enorme. Basta guardare il crollo dei fatturati delle aziende e della produzione industriale.

Ora serve un’alternativa. Ho rispetto per chi ha votato Lega o Cinque Stelle e con loro voglio parlare e dialogare per riconquistarle con un’idea di speranza e di ricostruzione di una bella Italia che si merita molto di più delle sceneggiate come quelle che stiamo vedendo, per esempio sulla Tav.

Non credo a questo Italia contrapposta, io penso a un grande piano di assunzioni, a un grande piano di investimento anche sulle ferrovie perché c’è bisogno di investire sulle reti e sul trasporto su ferro, così come sul dissesto idrogeologico. Le contrapposizioni servono a quattro politicanti a spartirsi le poltrone. Stanno insieme non perché credono in qualcosa ma perché hanno subito il fascino degli stucchi d’oro di palazzo Chigi.

Ecco perché le code ai gazebo delle Primarie sono state una grande, bellissima risposta.
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“Nelle piazze per aprire le porte a una nuova generazione”

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Europee: scontro nazional-populisti e progressisti, il Pd sarà nelle strade
“Noi oggi siamo nelle piazze, facciamo il tesseramento per strada perché vogliamo aprire le porte a una generazione nuova che può e deve tornare”. Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, lo ha detto a Torino in piazza Castello, a uno dei banchetti della mobilitazione che vede impegnato tutto il partito il 5, 6 e 7 aprile, ‘Per amore dell’Italia‘. “Alle prossime europee – afferma Zingaretti – ci sarà uno scontro tra nazional-populisti e forze di sinistra progressiste, e questo deve vedere il Pd protagonista nelle strade”.

Una catastrofe economica, un Paese senza governo
“L’Italia sta passando per un tornante molto pericoloso. La cosa che mi preoccupa di più non è la presenza di politiche sbagliate, ma il fatto che siamo a un crinale nel quale le cose stanno precipitando perché questo Paese non è governato”. Ha detto poi Zingaretti, incontrando i giornalisti a Torino. “Al potere c’è un governo dell’incertezza e delle contraddizioni – aggiunge – che, non assumendosi alcuna responsabilià, se non quella di scambiarsi politiche come le figurine Panini, sta producendo una catastrofe economica e sociale dalla quale ci si rialzerà con moltissima fatica”.

Il governo sta bloccando il Paese ed era facile prevederlo.
Il Pd è l’alternativa per voltare pagina

“La storia del nostro Paese ci parla di una crisi economica drammatica e dell’incapacità di questo Governo che litiga su tutto. C’è un teatrino di scontri politici ormai su tutto”, aggiunge il segretario dem. “Sono mesi che dico che con quei dati dell’economia ci sarebbero stati dei tagli, che infatti sono arrivati. Hanno annunciato il rischio di due miliardi di euro di tagli, di cui 300 milioni sul trasporto pubblico, un colpo durissimo ai pendolari”. Zingaretti ha poi parlato dell’impegno del Pd: “Noi difenderemo la sanità e le persone di questo Paese, sta accadendo quanto temevamo: due forze con idee diverse stanno bloccando il Paese. Noi ci stiamo preparando perché il nuovo Pd è esattamente quello che manca all’Italia: un’alternativa credibile per voltare pagina”, ha concluso.

Pd e Mdp partiti diversi, valuteremo convergenze
“C’è un congresso che è aperto e che ha chiarito che ci sarà un partito nuovo e questo fa chiarezza. È stato discusso per mesi di cose senza senso, di confluenze. Ci saranno due partiti diversi con proprie idee e se ci saranno punti di convergenza lo vedremo questione per questione. La destra invece è divisa su tutto”. Cosi’ Nicola Zingaretti a Torino risponde ai giornalisti sulle alleanze.
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Salvini affonda il nord. Vinceremo sradicando la paura

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La Stampa, 5 marzo 2019
- Da una parte della stanza le finestre su piazza Castello, dove è partita la rivolta del Nord. Alle spalle le bandiere, italiana ed europea. Sul tavolo un cellulare scarico, un bicchiere d’acqua, un foglio di appunti. Nicola Zingaretti a Torino, nel primo giorno da segretario del Pd. Per incontrare e sostenere il governatore Sergio Chiamparino. Lanciare da qui la sfida a Salvini. Tracciare un’agenda alternativa su infrastrutture e welfare. Parlare della lista unitaria per le europee. Spiegare il suo rapporto con il Movimento 5 Stelle. Con Renzi. Con Bersani e D’Alema. Con la famiglia.

Perché comincia da Torino? «Torino è diventata il simbolo di una regressione culturale.
Da qui dobbiamo ripartire per ridare fiducia al Paese».

Si riferisce alla Tav? «A torto la si considera un problema torinese, piemontese, settentrionale. Ma il costo dell’incertezza lo pagano tutti gli italiani. L’arrogante leggerezza con cui il governo affronta un tema così delicato è l’immagine di come non si governa un Paese moderno».

Salvini è favorevole, dice di essere frenato dal M5S. «L’hanno capito tutti che l’Italia la governa Salvini. Il quale fa prevalere l’interesse del partito su quello nazionale. E un lucro miserevole».

L’ipotesi di mini-Tav, tracciato modificato a costi ridotti, può essere una soluzione? «Non penso che le divergenze tra M5S e Lega siano sul progetto, ma sull’opera in sé. Dossier, studi e controstudi servono solo a nascondere un gigantesco problema politico. Un gioco delle tre carte a spese del Paese. Non l’unico».

Qual è l’altro? «Il costo dell’odio sparso a piene mani per sopperire all’assenza di cultura di governo».

L’odio sui migranti? «I migranti sono capri espiatori, la Lega cavalca la paura. Ora si comincia a capire che gli acchiappavoti disperati al governo la alimentano. Noi vinceremo quando sradicheremo la paura, che nasce dall’incertezza sul futuro».

Come si sradica la paura? «Spiegando che se si ritorna all’oppressione sul più debole, non c’è limite. Oggi tocca a un immigrato, domani a chi prega rivolto a La Mecca, a chi vuole girare di notte con la kippah in testa, a due ragazzi che si baciano alla fermata del bus. E poi?».

Dove può arrivare il malessere del Nord espresso dalle piazze di Torino e Milano? «La Lega nasce per rappresentare l’Italia produttiva, ma la Lega di Salvini è un’altra cosa. Nazionalista e regressiva. Ora i ceti più dinamici si accorgono che odio e paura non generano Pil e benessere. Siamo in un tornante della storia. Presto proprio in queste terre si romperà il patto più che ventennale con la Lega».

Con quali parole la sinistra può parlare al mondo produttivo? «Parlano i numeri. Dopo nove mesi produzione industriale -5,5%, fatturato -7,9%, spread oltre 250 insostenibile per imprese e famiglie, crollo della fiducia dentro e fuori il Paese. Gli imprenditori non scommettono sull’Italia, il decreto dignità provoca licenziamenti. Se il Pd avesse fatto la metà delle cose contro il Nord che ha fatto Salvini, saremmo stati messi alla gogna».

Come pensa di incunearsi in questo malessere? «Puntando sulle infrastrutture, ma con una cultura moderna. L’Italia ha tre talloni d’Achille. Le infrastrutture materiali e immateriali attraverso cui si muovono persone, merci e idee. Le infrastrutture della conoscenza: scuola, università e ricerca. Le infrastrutture del welfare e della salute. La competitività del Paese passa da questi assi. Altro che il blocco dello sviluppo o follie antistoriche come i No Vax».

Che cosa rappresentano le elezioni in Piemonte? «Una chiara scelta di campo, non solo per il Piemonte ma per tutto il Paese. Da una parte la Lega di Salvini, dall’altra una sfida credibile, incarnata da Chiamparino».

Autonomia differenziata: lei non l’ha chiesta per il Lazio, l’Emilia a guida Pd sì. Che fare? «Ho già parlato con tutti i governatori di centrosinistra. Il Pd presenterà una sua proposta. Sì all’autonomia per migliorare il sistema sul piano amministrativo, assolutamente no a quella leghista».

Qual è la linea Maginot? «Su materie che incidono sui diritti costituzionali – welfare, sanità, scuola – vanno garantiti livelli minimi per tutti gli italiani a ogni latitudine».

E sul residuo fiscale? Zaia vuole i soldi delle tasse dei veneti. «Non se ne parla. Così si distrugge l’Italia».

Non è giusto premiare chi produce più ricchezza? «Figuriamoci, è illusione propagandistica. Tutta l’Italia investe in ricerca e sviluppo 26 miliardi l’anno; la Cina oltre 400 miliardi. Piemontesi, lombardi e veneti staranno meglio distruggendo l’Europa e rinserrandosi nelle loro terre?».

Che dirà il Pd in vista delle elezioni europee? «L’Europa va rifondata. Negli ultimi 15 anni ha perso la missione storica. Proporremo, e non da soli, un salto in avanti».

Come? L’Europa degli Stati come adesso, delle istituzioni comuni, dei popoli come dicono i sovranisti? «Delle persone. Sia chiaro che i peggiori responsabili della crisi dell’Europa sono Salvini e i suoi amici sovranisti. Il sovranismo è un imbroglio».

È favorevole a un’Europa a due velocità? «Sì. Su intelligence, difesa, grandi reti di comunicazione è necessaria. O pensiamo che ognuno ci pensi per conto suo? L’Ungheria, la Polonia, l’Italia…».

Come si presenterà il Pd alle europee? «Su una piattaforma di cambiamento si può aggregare qualcosa che va oltre il Pd».

Bonino, Pizzarotti e Verdi sembrano orientati a prendere altre strade. «Nei prossimi giorni li incontrerò. L’intuizione unitaria di Calenda non va fatta cadere».

Il sistema proporzionale disincentiva le liste unitarie? «Sì, ma non va sottovalutata la soglia del 4%. Non possiamo permetterci di disperdere nemmeno un voto».

Cosa farà per convincerli? «La lista unitaria richiede una cultura unitaria. Ascolterò le loro ragioni e lavorerò per questo rispettando le scelte di tutti. E in ogni caso nel centrosinistra non ci saranno più guerre. Anche se con liste diverse, il centrosinistra da oggi è un campo unico».

Vedrà anche Bersani e D’Alema? «E’ una domanda o un’affermazione?».

Una domanda. E la sua? «Eh, la nostra storia va rispettata. La demonizzazione del passato non mi piace. Non dimentico i partiti, le coalizioni e i leader che nel 1996 hanno portato il centrosinistra al governo. Però quello è il passato. Siamo tutti in discussione per costruire il futuro, non per ricostruire il passato».

Quindi non li vedrà? «Non ho problemi a discutere con tutti, ma non su formule esaurite. C’è bisogno di una rigenerazione».

Il simbolo del Pd sarà sulle schede? «Non ne faccio un tabù, ne parleremo con chi ci sta. Ma domenica quasi due milioni di persone si sono messe in fila per votare alle primarie del Pd. Le persone vanno rispettate. Noi ci dobbiamo rinnovare, non nascondere».

Si dimetterà da governatore del Lazio? «No. All’inizio avevo timore del doppio incarico, ma ci ho ripensato. Fare l’amministratore locale ti dà un’agenda dei problemi diversa da quella di chi fa solo politica. Ti aiuta a non entrare nel Truman Show».

Come gestirà i rapporti con il resto del partito? «Abbiamo tutti i telefoni. Discutiamo nelle riunioni, poi se dobbiamo dirci qualcosa parliamoci direttamente. Io telefono, ma mi accontenterei anche dei WhatsApp. E comunque meno tweet, per favore».

Perché ha dedicato la vittoria a Greta, una ragazza svedese sconosciuta ai più? «Questa ragazza di 16 anni sta portando i giovani di ogni Paese a mobilitarsi per la salvaguardia del Pianeta. Eppure nei talk show italiani quando parlo di sostenibilità ambientale leggo negli occhi dei conduttori un certo disgusto, come a dire: “Zingaretti sta a butta’ la palla in tribuna”».

Il 15 marzo il Pd sarà in piazza per la manifestazione convocata da Greta in tutte le piazze del mondo? «Sì, con molto tatto perché nessuno deve metterci il cappello. E soprattutto dovrà impegnarsi con coerenza ogni giorno».

Avrà uno o due vice? Ci sarà un ruolo per Martina? «Lavorerò per gruppi dirigenti unitari, ma non ne ho ancora parlato con nessuno. Nemmeno con gli interessati».

L’Italia è in ritardo sui diritti. Non sarebbe un bel segnale scommettere su un vicesegretario donna e in futuro, perché no, su un premier donna? «Assolutamente sì. E non per una concessione: il pensiero femminile è la radice della cultura delle differenze. A me sarà utile per avere occhiali diversi per guardare il mondo».

Il segretario del Pd continuerà a essere il candidato premier alle elezioni? «La politica non è una religione, preferisco ideali e pragmatismo. Quella formula serviva in una certa fase, ora serve un segretario che costruisca una speranza attraverso un’alleanza credibile su una piattaforma nuova. Poi il candidato premier sarà il migliore di noi. O la migliore».

E le regole dello statuto? «Preferisco vincere le elezioni violando lo statuto piuttosto che il contrario».

Di Maio le dice: facciamo insieme il salario minimo. «Le furbizie dialettiche dovrebbero essere vietate su temi così delicati per la vita delle persone. Vediamo le proposte nel merito, sulla lotta alle diseguaglianze e alla povertà sono d’accordo».

E sul reddito di cittadinanza come si comporterà? «Come presidente di Regione farò di tutto per attuarlo. Ma fa confusione tra lotta alla povertà e alla disoccupazione, in totale assenza di politiche per lo sviluppo. Rischiamo una situazione kafkiana: diamo i soldi ai poveri e ai navigator che dovrebbero aiutarli a trovare lavoro, ma non a chi il lavoro deve crearlo. Un meccanismo pericoloso».

Il Pd ha 165 parlamentari. Uno è molto più ingombrante di tutti gli altri. «Io Renzi non l’ho mai votato, neanche quando sembrava onnipotente. Ma ho sempre avuto con lui rapporti schietti e leali. Vorrei che continuassero ora che i ruoli sono cambiati. Non ho segnali in senso contrario, sono ottimista».

Le ha telefonato per congratularsi? «Sì».

Renzi controlla gran parte dei gruppi parlamentari. «I gruppi parlamentari sono del Pd. E di nessun altro. Mi aspetto che sia così. Dobbiamo dare all’Italia un partito con meno sospetti e più rispetto».

Non teme la guerriglia? «Quando litighiamo troppo, ci criticano. Quando litighiamo poco, come nei dibattiti delle primarie, pure. Bisogna trovare una terza via».

Che tipo di leader sarà? «Viviamo in tempi di egocrazia, in cui i leader sembrano impostati per costruire carriere personali. Io ho sempre ragionato in un altro modo, e forse anche per questo sono 15 anni che vinco le elezioni. La gente capisce cosa ha in testa chi ha di fronte».

Lei non polemizza, ama mediare, smussa i conflitti. Si rende conto che il buonismo è fuori moda? «Non sono buonista. Ma tifo per una squadra, non per me stesso».

Se cadesse il governo, il nuovo segretario del Pd che cosa direbbe al presidente della Repubblica? «Rispettandone le prerogative, consiglierei elezioni anticipate. Con le tensioni sociali e la recessione, un nuovo governo parlamentare sarebbe debole e confonderebbe gli italiani».

E di fronte all’alternativa tra governo leghista con centrodestra e transfughi grillini e dialogo Pd-M5S? «Fantapolitica. E comunque attenti: da troppi anni non c’è un governo uscito dalle urne. Nemmeno questo, al di là della retorica, lo è».

Se si andasse alle elezioni a breve, quale scenario vede? «Il centrodestra estremista e nazionalista mette in crisi persino l’atlantismo. L’eterogeneo elettorato M5 S è in scomposizione, perché vede che il Movimento per cui ha votato non sta realizzando quasi nulla della rivoluzione promessa. La partita si è riaperta. Vedo un bipolarismo tra noi e Salvini, ma al Pd serve un nuovo radicamento sociale».

E i grillini che fine faranno? «Dipende da loro. Per ora si ritengono vittime di Salvini, ma in realtà ne sono complici: gli permettono di realizzare il suo disegno, anche se distrugge la loro identità. Il perché è inspiegabile». Eppure lei non dispiace ai grillini.

Mai dire mai? «Le alchimie e gli accordicchi non portano da nessuna parte. La parola chiave è rigenerazione, una parola che impone un rapporto diverso con il Paese. Come Sala a Milano, Zedda a Cagliari, noi stessi nel Lazio, dove i14 marzo 2018 abbiamo rotto un modello nazionale».

Qual è il messaggio di congratulazioni più gradito che ha ricevuto domenica notte? «Non posso dirlo. Mi inimicherei troppe persone».

Lei è riservato, poco social. Continuerà a esserlo? «Difendo con le unghie la bellezza di fare la spesa al supermercato, di pranzare con la mia famiglia sulla spiaggia di Maccarese anche se ci sono quindici paparazzi intorno. Essere una persona normale non è una cosa negativa. Se sali sul dirigibile, non sei utile a chi è rimasto sotto».

Ciò comporta un deficit di notorietà. «Io ho vissuto una vita politica molto ricca. Prima di fare l’amministratore ho lavorato con Shimon Peres, pranzato con Nelson Mandela, visitato Bill Clinton alla Casa Bianca e bevuto cerveza (troppe, per me) con Felipe Gonzfflez. Alcuni miei colleghi ci avrebbero scritto non un libro ma un’intera enciclopedia».

Perché lei non lo fa? «Lo racconto alle mie figlie. Ho la sensazione che la crisi della politica sia figlia della volontà di volere sempre apparire senza essere niente».

Fino a ieri lei era il fratello del commissario Montalbano. Da oggi Montalbano è il fratello del leader del Pd? «Non scherziamo. Lui fa 12 milioni di telespettatori! Ne riparliamo quando il Pd prenderà 12 milioni di voti»

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